Le due di me

La tendenza è quella di scivolare, d’essere tirata giù: per un braccio, per le mani, di ritrovare l’agio della recita, il sodalizio con gli invisibili.

Loro acquistano spessore nuovo e io mi sento meglio. Per una pausa breve, finché l’altra, l’altra identità che scantona, riemerge e mi mette a tacere, allontana chiunque provi ad avvicinarsi.

Allora parto, gli arti si ritirano come lumache e strisciano aderendo ai manici di valigie enormi, gravi di pietre e cadaveri di versi. I tratti del viso si fanno sfuggenti, si mettono in posa per l’istantanea sfocata, cancellati dall’assenza d’aria. Chi mi legge le carte è duro, implacabile ai teatri frequenti di richieste d’indagine sul futuro, sui futuri delle due metà. D’improvviso è evidente, una sfera densa di intuizioni, di tragitti variabili dalla colonna sonora sentimentale e zoppicante, ma cedevole. Arrivo, arrivo, non chiamarmi così forte, mi sfondi i timpani, mi irriti le palpebre; fatti silenzio se no ti uccido. Linea d’ombra e labbra scucite, basta ingollare un litro di birra, mezza bottiglia di Chianti, fumando due pacchetti di Pall Mall. La vita somministrata per bocca: direfarebaciare.

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