Io non sono l’amore: Pippo del Bono al Teatro Valle di Roma

Roma, correva domenica 13 novembre, è trascorso un po’ di tempo, e Pippo Delbono aveva incontrato il pubblico del Valle Occupato per aprire una riflessione e un dialogo sui nuovi linguaggi del cinema e dei media visivi. Per l’occasione ha presentato il suo ultimo film “Amore Carne”, quest’anno già alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti.
Nel corso dei suoi viaggi, la piccola camera, o il telefonino, di Pippo Delbono ha scorso momenti intimi e paesaggistici, incontri privati ― con la madre, soprattutto ―, ordinari o eccellenti.
Da una stanza d’albergo a Parigi a un’altra di Budapest, i percorsi intrecciano un tessuto del mondo contemporaneo, con un’elegia sospesa e una eterodossia talvolta faticosi e macchinosamente retorici. Insieme a questi testimoni (volontari e involontari) del tormento di ventidue anni di sieropositività, del viaggio, del paesaggio, della madre e del suo ruolo iterativo e straziante (e ora ti prego di non volere morire mai, mai, mai,…), si avvicendano presenze forti e marginalizzate; infermiere, ballerine, attrici, artiste, clochard, che dicono o danzano la loro sfera privata e creativa.
Dopo La Paura, film portato a Locarno nel 2009 e interamente girato con un cellulare, ancora un telefonino come strumento ― ma questa volta c’è anche il supporto di una telecamera ― del nuovo viaggio cinematografico firmato dall’attore-ballerino e regista.
“Amore carne” è un film prodotto assieme a Cinémathèque suisse e Casa-Azul .
Protagonisti: Bobò, Irène Jacob, Marie-Agnès Gillot, Margherita Delbono, Sophie Calle, Marisa Berenson, Tilda Swinton e lo stesso Pippo Delbono. Un esperimento visivo epico, che torna, nei suoi momenti conclusivi e anti narrativi, a riassumere l’incipit sotto la spinta emotiva della morte di Pina Bausch.
Intervallando testimonianze a testi poetici (Arthur Rimbaud, Pier Paolo Pasolini, T. S. Eliot), luoghi e volti, il film si configura come un collage di visioni soggettive sincopate, sull’orlo di un collasso o di un’eccessiva retorica del soggetto narrante.
Ed è in nome di una ferita (fisica e metaforica) che, con molta probabilità, emerge questa visione ossessiva, personale e oltremodo lirica, che Delbono porta in primo luogo nel suo occhio offeso e nel suo corpo malato. Come quando, con le dovute distanze, Fitzgerald o Lowry parlano di questa incrinatura metafisica incorporea, quando vi trovano il luogo e l’ostacolo del loro pensiero, la fonte e il prosciugamento, il senso e il non senso. Perché poi la protagonista indiscussa del lungometraggio è la musica di Alexander Balanescu e il suo violino. Ciò non di meno, se alla tragedia che aveva bisogno di Dio e Dei abbiamo sostituito il dramma, che è solo degli uomini e, peggio ancora, il caso che non appartiene a nessuna forza controintuitiva, Delbono ha avuto bisogno di tutti e tre i livelli per condurci al senso e al non senso del vivere. Certo chiedere a un artista disentirsi parte in virtù del bene comune, come è successo durante il dibattito al Valle Occupato, è pura illusione. Lui, l’artista, opera nella sfera della resistenza, facendo crescere l’ego, ancora di più con la disciplina; non puoi reclamare la sua rinuncia a se stesso. Offrigli un abbandono, quello sì; l’esercizio dell’abbandono coperto dalle tue braccia, dal tuo teatro, dalle tue gerarchie ammorbidite. Un precipitare e un precipizio: solitario. Sempre e comunque.
Pippo Delbono è considerato in Italia uno degli artisti teatrali più anticonvenzionali e particolari. Ha intrapreso gli studi teatrali in una scuola tradizionale, abbandonata dopo l’incontro con l’attore argentino Pepe Robledo , fuggito, quest’ultimo, dalla dittatura del suo paese e proveniente dal Libre Teatro Libre. Nel 1983 si è trasferito a Holstebro (Danimarca) dove è divenuto membro del gruppo Farfa diretto da Iben Nagel Rasmussen. Lì ha appreso le tecniche della danza orientale, approfondite nei successivi viaggi in India, Cina e Bali. Nel 1985 da questa collaborazione con l’attore argentino nasce anche lo spettacolo Il tempo degli assassini, che debutta in tournée in Sudamerica e in Europa. Lo spettacolo viene visto da Pina Bausch che invita Delbono a partecipare alla creazione di Ahnen: Delbono e Robledo rimangono quindi per un periodo a lavorare al Wüppertal Tanztheater, dando così avvio a un rapporto che continua tuttora.

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