Gli anni bellissimi

— Ora che ho dimenticato tutto

— Ora che hai dimenticato tutto?

— Sì

— Bé?

— Che faccio?

— Ricomincia no!?

Cambiare casa è un impresa, figurati ventitré. Nella smorfia il numero in questione significa “culo” ma io di culo in quel senso non ne ho avuto. Livia lo sa, lei è intelligente e lo sa, che io e la fortuna siamo continenti in due galassie separate. Respira. Livia mi dice che trattengo il respiro. Grazie che poi mi viene l’ansia. Avrei detto che uno come me poteva essere il figlio scemo di un medico greco e di una massaggiatrice francese. Uno che le ambizioni le ha mancate per il gusto aristocratico di fallire meglio e fallire di più.

Bologna, 1997
Bologna, Rave party, 1997

— Tu non mi credi mai. Prima di tutto questo ero intelligente

— Ma amore mio io credo sempre a tutto quello che mi dici. Sei intelligente. A modo tuo, ma sei intelligente.

— Ok. Fammi un esempio

— Esempio?

— Sì, esatto. Un esempio

— Andare da un falso psicologo, dargli 50 euro per farti dire che devi prendere la patente, oppure dare fuoco a una pianta in piazza Strozzi, col rischio che ti arrestano per terrorismo salvo poi portarti in una clinica psichiatrica, magari convincendoti che è una spa dove si fa pure meditazione. Sei intelligente amore mio. P.S.: Io amo solo te…

— Ah! Buono a sapersi

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Liu Xiaodong, Chinatown, olio su tela, 200 x 180 cm, 2015

Questi sono i miei anni bellissimi, il dolore cronico dell’ernia è scomparso. Per quanto buche e motorino minacciano ancora la salute della mia schiena. Anche se la convalescenza ha una sua poesia. Pure nella sfiga, stare sul letto a mangiare cous cous, ascoltando le tue repliche infinite di Sarah Kane, che di gioioso non ha molto. Lo sai. Mi tiene stretto. Arreso alla ventitreesima casa con un buco nel bidet. Legato a un quartiere dove i Bangladesh vendono le mandorle tostate all’una di notte. Avvinto a te che sei la bellezza che mi aleggia addosso, con il profumo francese che non vuoi metterti se non facciamo l’amore. Qui sul tappeto come due cani in primavera. Io ti prendo da dietro, così posso accarezzarti il seno e morderti la nuca. Tu ti agiti. All’inizio fingi che non ti piaccia. Che non hai voglia. Che non mi vuoi dentro. E io ti prometto cinquanta euro. Tu rispondi che sono poche. Nemmeno una puttana di quelle senza documenti. Dici. Io raddoppio la posta

— Ti compro una barbie

— Un peluche?

— Uno yo-yo?

— Ti odio, sei un bastardo…

Intanto lo spingo un poco più in fondo. Mi sputo sulle mani e lo lubrifico per farlo entrare meglio. Sudo mentre inizi a mugolare. Ti sussurro che ti pagherò cento euro se lo prendi tutto. Fino in fondo. Ti assesto una sculacciata. Ti infilo lentamente il medio nel culo, accarezzando tutto intorno con cura. Lo so che ti piace. Ti sei bagnata bambina. E abbiamo scopato a lungo e bene. È il mio peggior male: non vedo mai la seconda via.

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Francesca Woodman, Untitled, New York, 1979–80 © George and Betty Woodman

Tutto questo non c’è più. Il passato è una forma di creazione. Come i resti di certe foto attaccate dai pesciolini d’argento. Immagini che diventano magnifiche nella lontananza. Così, amare ritorna semplice, perché è un’azione finita

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