La stanza d’o scuru

Una folata di fumo. La fiamma illumina il nero vivo dell’iride. La palpebra si chiude appena. Un velo si leva come il sipario d’incenso in chiesa. Gli spazi sbagliati, le mani si muovono con lentezza. Il barone s’è alzato presto e invece dell’aria mangia il fumo…

Tra_donne_e_fumo - Sbrulli
Stefano Sbrulli, Tra donne e fumo, foto digitale, 60 cm x 40 cm, 2013

Mangia la montagna e gli aranceti, nella panoplia di verdi tutti azzimati per la festa di mezza quaresima. C’è il vociare di bambini troppo sani per il silenzio faticoso della campagna. Frasi smozzicate, rispetto, molte emozioni tenute a bada dai grembiuli. Non c’è tempo per pensare, i mezzadri odiano il barone e la moglie giovane, per questo colore di terra nera e piccoli roghi di sterpaglie, che stonano con la sicurezza di chi non chiede e prende. Il banchetto di verdure e pani, di uova e paste arriminate con lo sputo è già in preparazione dall’alba. Si ballerà fino a mezzanotte ognuno con la sua razza. Non si parla, qualche canto e molti rimproveri, lo starnazzare delle galline. Oggi non si scanna. Il suo tempo – quello del barone – è tempo di profumi di colonia inglese e sottane di femmine delicate. Tempo di conti e confini, tempo di vendite e baratti

La signora è bella, i contadini ne hanno timore, ma da quando c’è lei i campi fruttano e i raccolti si sono raddoppiati. Questa terra è uguale, sempre. Ferma con le montagne; brucia dentro e qualche volta sussulta come il petto d’una donna tisica. Ci sono trent’anni tra il barone e la sua sposa. Si dice che l’abbia vinta a carte a un nobile del continente, ma lei si è lasciata portare via senza una parola. Non parla la signora, scrive su foglietti odorosi di lavanda quello che le serve e legge in francese. Vesti di seta e pantaloni da uomo, libri e qualche rara visita. Il barone fuma e la segue con gli occhi. Una cosa preziosa che non si può possedere. Niente figli, questo è stato il suo prezzo. Questo dicono le mogli dei contadini che ricamano sul mistero che avvolge l’arrivo della signora.

Il barone è un uomo fermo come il sole a mezzogiorno, ha perso il padre e la madre da piccolo. L’ha cresciuto lo zio vescovo e da allora le feste eucaristiche sono bandite dalla cappella del latifondo. Un giorno lo zio venne a chiedere un favore, il barone lo ricevette scuro in volto e si chiusero per due ore nello studio. Don Michele, il vescovo, se ne andò maledicendo con l’anello vescovile che ondeggiava da destra a sinistra e ringraziando Dio che la progenie si fosse estinta. A nessun figlio del signore doveva essere dato il peso di crescere in una casa indegna del nome dei Favara Dalò. La casata è antica, il sangue inquinato dai matrimoni fra consanguinei, il contado tenuto a giogo da un’oculata amministrazione dei fitti e dei raccolti. Unica concessione del barone le feste conviviali, per accontentare la fede pagana inviolabile fra mezzadri e lavoranti stagionali. C’era un fratello, un Favara giovane, dedito anch’egli al gioco delle carte, con scarso successo e molte perdite, e al profumo di sudore e farina delle giovani villane, ma da dieci e due anni si sono perse le sue tracce. Si dice che il barone l’abbia spedito all’estero o, peggio, che abbia commissionato la sua eclisse, con il soldo o con il ferro, per proteggere il patrimonio ed evitare di sfamare un esercito di bastardi. C’è una stanza nell’ala nord dell’Addàura, una stanza proibita dove solo il barone può entrare e di cui solo lui possiede la chiave che tiene sempre al collo, anche di notte. Quando il barone si ritira nella stanza “d’o scuru”, la stanza del buio, come la chiamano i massari, nessuno può importunarlo. Ci resta tutto il giorno il venti d’ogni mese. Fino a notte fonda. Si vede solo il baluginio del lume dal lato del palmento e tutte le donne si segnano come se fosse in stretto convegno col diavolo in persona. La signora un giorno l’ha atteso dietro la porta e, da quel che si dice, per punire la mattana le ha sequestrato tutti i preziosi libri francesi per più di un mese, minacciando di darli alle fiamme. Il barone per San Giovanni, la notte del venti e quattro di giugno, riunisce i nuovi lavoranti e i figli dei contadini ormai uomini vicino ai falò e pronuncia la sua benedizione:

— “Questa è la mia terra, in questa terra l’unico dio che vale è quello che non parla ma vede tutto. Chi sbaglia assaggerà un inferno cchiù scuru d’a pici

SOPHIE JODOIN vigil-1
Sophie Jodoin, Vigil 1, conté sur mylar, 30.5 x 30.5 cm, 2009

Più nero della pece è l’inferno di quella stanza chiusa. Sullo scrittoio c’è il messale di Donna Matilde, con la sovraccoperta di seta marezzata e piccole rose secche fra le pagine dei salmi. Nello stipo segreto un fascio di titoli minerari delle zolfatare di Floristella e a destra dello scrittoio un armadio col pennacchio che monta lo stemma gentilizio. Nulla alle pareti, né un ritratto, né una foto. All’interno dell’armadio un vaso di vetro riempito di formalina con una testa dagli occhi chiusi.

SOPHIE JODOIN happy_hour1
Sophie Jodoin, Happy hour, conté on mylar / conté sur mylar, 23 x 16.5 cm / 9″ x 6.5”, 2010

Collana Mille Porte , A & B Roma- Acireale, 2009. Sicily black, a cura di Antonino di Giovanni, Giacomo Alessandro Fangano e Rosaria Sardo, p. 168; ISBN: 887728211-8

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