Viva

Ardore’ e ‘freddezza’, messi insieme, danno ambiguità: vissuta drammaticamente, ma senza esplicito conflitto. Ambiguità fissata dunque nel simulacro dell’enigmaticità

[Pasolini P.P. (1998), Tutte le opere, Romanzi e racconti , Vol. II, Milano, Mondadori, p. 1740-41.]

Gli uomini si suicidano come se andassero in guerra. Si sparano in bocca, s’impiccano, si danno fuoco, si recidono la carotide, si schiantano in strada. Qualche volta si perdono e scompaiono. Pensa al David Foster Wallace fotografato vicino a un cactus, un saguaro, nei dintorni di Tucson. Quando Bill Katovsky intervistò Wallace per Arrival all’inizio del 1987 intitolò il suo pezzo «Impiccalo più in alto», in omaggio all’omonimo film con Eastwood, celebrando l’amore del giovane scrittore per gli spaghetti western, nella certezza del suo futuro successo

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Gina Pane, Constat action for azione sentimentale (sentimental action), 1973

Quella divenne, per forza di cose, una profezia e macabra. Le donne, invece, le pareva optassero per soluzioni meno cruente: i barbiturici, il taglio delle vene, il volo dalla finestra, qualche volta anche l’impiccagione. Vuoi mettere il martirio: il trucco a posto e il corpo che si rompe dentro. La vittima ha la preoccupazione di finirla con la sofferenza e nel farlo non intende aggiungere nemmeno un grammo di ulteriore dolore fisico. Per non guastare l’espressione di chi non si capacita di essere arrivata a riva, nella quiete. Lo spettro malevolo, il nemico che abita la mente di superficie, la fissava dall’angolo della stanza, dal fondo del letto, dal silenzio della casa del mare a mezzogiorno, sussurrando un addio narcotico come il minuto che precede il sonno. Non lo fece. Non si uccise. L’idea però le era di sollievo, come accade all’incompreso che immagina i genitori al suo capezzale, pentiti di non averlo capito abbastanza. Si guardò allo specchio, al ritorno dalla festa. Era annoiata e le facevano male i piedi. Doveva struccarsi e non le andava. Si guardava e vedeva lo specchio appannato; Si passò il latte detergente sul viso, insistendo sugli occhi, per togliere il mascara, a memoria. Strie nere le colavano sulle guance. Compiva gesti del tutto meccanici come quasi tutti quelli che arrivano alla fine della giornata e non ricordano niente di quello che è successo nel frattempo. Sapeva che attorno alla bocca si era formata una piega, in mezzo alla fronte due rughe da miope. Smise. Un colpo e via. Pensò alla conversazione che aveva intrattenuto nel pomeriggio con la madre. Le aveva chiesto se Lui, durante la gravidanza, le avesse mai accarezzato la pancia, avesse ascoltato i suoi calci. Sorrise sotto le coperte, nel tepore della notte. La madre, comunque, le aveva risposto di no

 

Tuo padre non era così eccitato all’idea di diventare genitore, aveva detto. E io non sapevo se tenerti, aggiunse. Non c’era nulla di speciale, nulla di così straordinario, per nessuno dei due, disse.

Le cose stavano così. Si erano fatti piacere la vita stabile degli anni ’70, con le cambiali per il mobilio, la Seicento Fiat verde ospedaliero e i Sacrifici. Per pianificare e dirigere il progetto di una genesi minore in faccia al futuro. Classe dipendente di travet, imbrigliata dalla povertà della generazione precedente, in collaudo sul fondale di esperienza e ripetizione. Sono andato nel bosco e ho visto i castori accoppiarsi e figliare, facevano altri castori, aveva detto Nino Manfredi in Per grazia ricevuta. Bisogna pure sistemarsi da qualche parte. Cosa ne potevano sapere a trent’anni che si muore. Si lascia tutto senza salutare, senza né una malattia, né un motivo. Che si abbandona la Seicento multipla parcheggiata in un cortile per dieci anni finché lo sfasciacarrozze non viene  e se la porta via.

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Michal Chelbin, Strangely familiar, 2015

Lei, era chiaro, stava attraversando una fase, iniziata nel periodo appena precedente la laurea. Ventisette anni e uno smarrimento. Credeva di essere una specie di superstite che dragava il fondo del baule di famiglia. Con qualche incidente di percorso. Nient’altro che il solito contrattempo sentimentale delle donne ambiziose che non volevano rinunciare a uno che le accarezza e giura loro di amarle e le chiama con nomignoli stupidi e così si fa perdonare tutte le cazzate, compreso il fatto di chiedere un sostegno economico.

Si affacciava la vita di quelli che smettono con l’orario delle lezioni e iniziano ad avercelo per il lavoro. Orari, una vita di numeri e minuti per perdere o vincere un posto nel quale sistemarsi. Consultando l’I Ching, l’oracolo cinese, c’era stato per lo meno un segno. Dopo i sei lanci delle tre monete, il responso era stato sorprendente. Aveva meravigliato sia lei sia i suoi compagni d’appartamento. La sentenza riportava che avrebbe completato “Ciò che il padre aveva lasciato in sospeso”. L’immagine, in altre parole la parte introduttiva del diciottesimo esagramma, ha per titolo L’Emendamento delle cose guaste. Suo padre era annegato a ventisette anni. Pochi mesi prima di consegnare la tesi di laurea. A un mese esatto e alla stessa ora della sua nascita. Era annegato in circostanze poco chiare, c’era stata un’indagine, non avevano trovato acqua nei suoi polmoni e i pesci se lo stavano mangiando. Coincidenze? Può darsi. Jung li avrebbe chiamati eventi sincronici. Fatto sta che il vaticinio del lancio delle monete le provocò costernazione e anche un moto d’orgoglio. Si mostrava la trama di un destino e di un’appartenenza, finalmente. Un elemento di cui sentiva il bisogno. Fu il post lauream, a spedirla nel limbo. Quella terra senza merito che, con la lunga dilazione che l’aveva trattenuta in un altro tipo di grembo, credeva di poter raggiungere il più tardi possibile. Un accesso di pianto la colse ore dopo la seduta e si prolungò per giorni. Il mondo di prima non era stato una passeggiata, tuttavia riservava qualche soddisfazione. Uno psicanalista le avrebbe confermato che, portando il nome di suo padre, una parte di lei non poteva accettare di essere al mondo oltre quell’età. Dalla possibilità di incontrare quel padre giovane e spericolato. Essere viva era una specie di tradimento. Un’inversione nelle cose della natura. Diventare più vecchi dei propri genitori era orribile. Come si aggira questo ostacolo? Dando spazio a un fantasma burlone che mette i prosciutti nella valigia di sua moglie durante il viaggio di nozze? Ripetendo a memoria la scena del tavolino della bisnonna che si muove trascinato da uno spirito guida e risponde alle perplessità sul matrimonio e prefigurando, forse, il lutto a quel padre così giovane da commuovere. Lo stesso uomo con i baffi e gli occhi verdi che fissa la cinepresa nel giorno delle nozze e indica la fede con l’altro indice quasi a volere suggerire il fatto di essere ormai incastrato. L’immagine e il suo doppio. Quello interno e quello esterno. Il vivo e il morto. E allora? Nulla di eccezionale, disse a sua madre. Sono in lite con i soliti pensieri.

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