Rovine

Un rivisitazione narrativa della ricerca di Silvia Camporesi e della sua indagine sui borghi abbandonati in Italia, con la croce di sangue di Serrano che fa da pendant

Molti luoghi, ho capito a mie spese, erano solo macerie. A me invece interessavano le rovine

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Andres Serrano, Blood Cross

Posti disabitati che raccontassero ancora qualcosa della loro storia. Me ne ero interessato già in anni giovanili, poi fui costretto a lasciarle in quel tempo che non è più accessibile. Pochi mesi e persi l’innocenza. Io e i compagni di quella strana indagine.
La differenza tra maceria e rovina credo stia nella possibilità che i resti di una forma anteriore possano raccontare qualcosa di sé. La rovina è, di fatto, un elemento di testimonianza

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Silvia Camporesi, Senza titolo, 2016

Alcune immagini, ad esempio, raccontano la storia dei processi a mafiosi e brigatisti. Il loro letterale isolamento è un’idea quasi di espiazione. Questo diario quindi ha valenza di documento, per quanto siano altri, un altro, a raccontare di me.
Forte del rapporto fra il non più e il non ancora, ho costruito una mappa dei beni perduti. Un reportage artistico che ha attraversato tutte le stagioni e ha trovato il sostegno degli sconosciuti, estimatori del metodo di ricognizione libero, come le macchie nel test di Rorschach. Ho dovuto effettuare un lungo lavoro di scrittura e post produzione della memoria, per ottenere il pieno controllo sulla luce. Sul dolore. Sulla distribuzione dei luoghi-fantasma. Disabitati e perduti. Città abbandonate, che scompaiono e hanno bisogno di essere rianimate. Per fare ciò, sono ricorso a una modalità retrò, ottocentesca, quasi nostalgica: scrivere e disegnare a mano, in bianco e nero, ritoccando l’immagine con i pennelli. Mattone dopo mattone; screpolatura dopo screpolatura. In questa ricerca convergono il concetto di obsolescenza del paesaggio della memoria con quello delle differenti possibilità del medium rappresentativo. La nostra storia ci guarda, apre delle domande, si costituisce fulcro dell’identità. Quel che fa soffrire maggiormente gli uomini sono le radici. Radici che talvolta tentiamo di recidere e innestare nuovamente, tra polvere e ghiaccio. Da questo punto in poi, sono stato in grado di prendere le distanze dal semplice luogo fisico in cui la piega della mia storia è diventata un trauma, un oggetto sepolto e non più rinvenibile. Allontanandomi a sufficienza, tanto da abbracciare il paesaggio nella sua interezza, e non più solo la rovina che vi è collocata. Così, e solo così, mi è stato possibile cominciare a provare sollievo. Così, spero di essere riuscito a restituire dignità a ciò che si è perso.

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