Rehab

Andiamo indietro di qualche mese. Ho pensato a quest’inizio perché rappresentasse qualcosa di speciale. Una storia, o un apologo. Una traccia rassicurante sul male di vivere

Chantal Michel
Chantal Michel, Nymphenburgerstrasse 97, Fotografie hinter Plexiglas 67 x 67 cm, 2001

A luglio, avrei dovuto essere caricata in macchina, a Verona, per raggiungere, in un tragitto di ottocento chilometri, Vienna. Avevo rivestito il percorso di contenuti simbolici lontani dal singolo fatto che una vacanza mi fosse regalata da un vecchio amico. Un ciclo che si chiudeva ― vent’anni ―, con l’attesa di un diverso e più promettente corso delle cose.

Arrivata a Verona mi aveva investita l’umidità congiunta di fiume e pianura. Archiviata la bellezza dell’Adige e l’ordine che separa con una linea, non così immaginaria, Sud e Nord, avevo raggiunto il centro. Mi aspettava M., seduta al tavolo esterno di un bar osteria. La gamba rotta, lo sguardo curioso e anche qualcosa di più. Nata in un giorno per me molto importante in quel momento. Sarà stata la quarta visita alla città. Ogni volta ne riportavo una sensazione claustrofobica. A tratti persino minacciosa.

Eikoh Hosoe, Simmon, A Private Landscape, 1971
Eikoh Hosoe, Simmon, A Private Landscape, 1971

Il pomeriggio trascorre chiacchierando in attesa dell’amico comune, partito da Linz, con il quale dovevo, da lì a tre giorni, arrivare per l’appunto a Vienna. Raggiungiamo casa di lei e mi viene mostrata la camera. Gli asciugamani, un buon materasso, con accanto la lampada da scrittoio, poggiata spiovente al capezzale. Dormirò a terra e non mi dispiace. La casa è spaziosa e immersa in una specie di caligine acquatica. Ci accorgiamo che l’abatjour non ha la lampadina. Così M. provvede a trovarmene una. La cosa di per sé non sarebbe stata rilevante se F., compagno, ex amante e convivente, non avesse subito esternato il suo malanimo per la sottrazione della sua lampada. Mettendomi addosso un fastidio e un’irrequietezza da intrusa. F. esce e io e M. continuiamo a chiacchierare d’arte, letture, viaggi e quanto possa servire a rompere il ghiaccio tra due estranee. Consumate altre ore e altre indagini F. torna con una nuova piccola lampada. Alterato. M. decide che è venuto il momento di uscire, ma questo causa una scarica di raccomandazioni e insulti da parte di F.. Vuoi per la gamba fratturata e il pericolo di un embolo, vuoi per il fastidio fisico causato dalla mia presenza e da qualche bicchiere di vino di troppo. F. mi chiede nome e cognome dalla porta. Poi invisibile da un’altra stanza

─ “Se non sei stupida hai capito che non ti voglio qui”

Trascorro quindi una notte all’ospedale, in seguito a uno svenimento da colpo di calore. Controlli a sangue e urine, flebo e Rx ai polmoni. Messaggi mi avvisano dell’andirivieni degli amici, che chiedono ragguagli sul mio stato e in piena notte incrociano un anziano signore con due dita staccate di netto.

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Luigi Ghirri, Argine, 1989

Invece che Vienna torno a casa ed esco di scena. Una diva ferita . Intanto che sono sola il mio umore si trasforma. Sogno fiumi di fango e un tornado. Mi vedo raccolta in un corpo femminile. Vasto. Un corpo come quello di una dea. Così ampio da sembrare una madre assoluta. Un totem che emerge dal buio della stanza. Ho ripreso familiarità con la casa e assaggio un vino fermo e profumato di ciliegio, dimenticando il tormento dei rumori notturni. È morta Amy Winehouse. Capisco che potrà sembrarvi da mitomani, ma ho provato un dolore rapido, alla bocca dello stomaco. Il percorso spiato dal mondo di una bambina blasè, che spinge l’aria con i pugni. Fino a cadere

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Johnson Artur, Amy Whinehouse

La prima e ultima parte di questo viaggio termina in una crepa. Il resto – il passaggio dei bagagli in un’altra casa, l’arrivo di un marito grigio come il fiume, l’aria greve, le spiegazioni, un’altra coppia sconsolata e la febbre –, sembrano onde viste dal fondo di un bicchiere. I giorni pochi e brutti. Caduti sul corpo che ha rubato il tempo agli altri, in una città madida e scontrosa.

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