Della luce e di altri demoni

In albergo c’è una corte tonda che fa perdere l’orientamento se hai bevuto troppo. La febbre dei Caraibi è una specie di peste del sole. Tutti vogliono scopare e tutti hanno fame, così mettere insieme le cose può generare un cannibalismo sublime. Il bar è libero, quindi si beve in modo compulsivo, spinti da quel ricordo di penuria misto all’interdizione agli hotel, alle spiagge e alle donne bianche

A Cuba chi è bianco sta meglio, i neri più neri erano schiavi e quel ricordo di sottomissione resiste nell’evidenza della superiorità della sfumatura, nel bisogno di pareggiare i conti, nella fame di riscatto, o anche in una ottusa ricerca di soldi e basta

Arrivata a Varadero pensavo che non avrei mai più scelto un posto così turistico e assurdo. Avevo messo in un bicchiere la conchiglia raccolta facendo snorkeling con un cubano bianco, che mi aveva tenuto la mano per tutto il tempo dell’immersione a pelo d’acqua. La conchiglia puzzava come un cadavere. Ma era il segno del risveglio, anche attraverso un contatto parziale. Il mio cortese rifiuto, dopo una giornata di attenzioni e balli impacciati, non aveva reso meno intensa la gita in catamarano a cayo delle iguane. Chi ha detto che il sesso non è romantico non ha esplorato i bassifondi dell’anima latina. I Caraibi non hanno ombre, la luce è verticale, assoluta, come se spiovesse dalla navata di una chiesa gotica senza vetrate né architravi

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