Rimostranze a Dio

Non sono in pace col mio destino. Vorrei ricominciare con un nuovo e più potente corpo, che abbia un organo-mente più calmo e riflessivo

Ho logorato la mia quiete dentro una corsa cieca, una fame senza oggetto, una bulimia sarcastica. Agli amici incrociati per pochi mesi, o in anni di conati d’amarezza, ho chiesto più dei consigli dispensati: fra vino rosso, minestre di farro e qualche sporadico sorriso. Signore del videogioco nel quale siamo imprigionati, ti ho chiesto il perché dell’abbandono… E sono stata piegata all’obbedienza senza remissione di peccati né indulgenza

Ho studiato per i titoli del rango intellettuale, non ho però trovato un corrispettivo alla perdita dell’arbitrio sul rituale erariale. Mi hai dato libertà senza onorario, quando chiedevo tenerezza e protezione, dagli uomini che mi erano solo d’impaccio a quella che m’hanno suggerito rappresentare l’ambizione. Sono sola, mi hai tolto il padre prima di poterlo contestare. Hai scelto che avessi un verbo e un aggettivo mal posti nel discorso e i nervi sempre a pezzi. Ho una distonia qui, dentro, in una postazione adulta e mai arresa. Mi fa male tutta la vita, mi fanno male le frasi, il tempo perso, gli anni accettati come transito. Mi fa male il corso delle cose. Mi fa male la musica, quella buona, quella del pianoforte di Agnes Obel, quella dei giocattoli e dell’arpa delle Cocorosie. Mi fa male stare ferma a lungo. Mi fa male correre forte, mi fa male essere. È biochimica alterata. In quanto immagino, perché posso appena vagheggiarlo, che la vera libertà sarebbe una forma di rovina. Una casa con le finestre sempre aperte, in tutte le stagioni. Benvenuto dunque il temporale e la solitudine della domenica. Benvenuti ospiti desiderati e non. Adatti a me… O meno. Le cose sono cieche sorde e io troppo morbida per difendermi e così densa per attraversarle. Il cuore, se non lo curi, lo consegno alle fogne. Giacché ho mancato la riuscita fulminea del mio destino, starò a guardare lo spettacolo della raggiunta maturità dal ventre della balena. E se volessi farmi tornare…

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2046, film directed by Wong Kar-Wai, 2004

 

Stessa tariffa, ma prenota per me, prima di obliterare il biglietto, un viaggio in business class con meta “pace”, e via le soste

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Perfect day

Ma l’impresa è che l’ora diventi il sempre

(Il ladro di Bagdad, Paul Leandro, 1960 Mexico City)

« Quando sei stato felice? »

« Cioè? »

« Raccontami un giorno, un momento, in cui sei stato davvero felice… »

« Uhm… »

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Martin Kersels, Tossing a Friend (Melinda 2), C-Print — 67 × 100 cm — Edition of 6 Courtesy of the artist & Galerie G-P & N Vallois, Paris 1996

A cavalcioni, sulle spalle di mio padre mentre andavamo a vedere un pony. Mi sentivo protetto e non avevo bisogno d’altro al mondo, dice Tony, fumando una marlboro dopo l’altra

« Dimmi tu se sono felice…», ma l’altro non poteva accontentarlo. Il Bello, per anni dietro una fede, per scansare ogni equivoco relazionale, aveva trascorso il tempo del suo matrimonio a nascondersi con garbo all’ombra delle cortine abbassate, nella casa di Anguillara. Si portava le troie con le tette rifatte e la bocca a canotto. Spesso gli amici, per una gang bang da filmare e tenere in archivio. Qualche labbro si spaccava come un frutto maturo, davanti alla doppia telecamera dei cellulari di ultima generazione, per uno schiaffo voluto e assestato male. A lui interessava l’intelligenza del consumo e mai il sentimento. L’autismo programmato e divulgabile via whatsapp. L’emozione, il palpito, non erano che discount, come certe rubriche alla Natalia Aspesi. Roba che pretendeva di risolvere i nodi di un’intera vita in forma di lettera e risposta. Non c’era giorno però che non ricordasse la spiaggia di Punta Braccetto; quel mare furioso, quei due pesci in trasparenza nell’onda. Quella solitudine biposto che ancora stancava e portava il pensiero in pianura, a respirare forte

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Jake e Dinos Chapman, Piggyback, 1997

Era stato felice e non lo sapeva; non lo voleva. Sarebbe toccato al futuro svelarglielo con un “colpo di teatro”. Lei l’aveva chiamato a dicembre dell’anno prima. Per quale motivo? Eugenio aveva lasciato che il cellulare vibrasse a lungo. Aveva osservato il display illuminarsi con un nodo in gola, che andava a stringersi e somigliava a un attacco di panico. Quel nome. Quel mare. Quel sole. Si era limitato a non rispondere. A non sapere. L’unica felicità era meglio non toccarla né sporcarla.

Non ancora e non più