Il sangue di Zeno

Eravamo dove altri avevano vissuto ma ora non c’era niente. Lui con un violino, io giovane. Anche lui aveva la giovinezza. Un’altra forma però. Io goffa lui bellissimo. Io bassa lui un efebo danzante. Un dio femmina e maschio quando queste possibilità nemmeno facevano parte del linguaggio. Potevo sapere che avrebbe accompagnato tanta vita? Ci stavamo baciando. Prima di fotografarlo

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Joan Alturo, Mors Et Vita – Old Age, 2016

Cercavo di portarmi via l’anima. Lo volevo così: prigioniero nella luce. Aveva quegli occhi liquidi e scuri e io dovevo fermarlo dentro il posto disabitato. Nel quadrato di grazia che non avrei avuto ancora per molto solo per me. C’erano le birre nel suo zaino. Ruppi il collo della mia e mi tagliai il palmo. Fece lo stesso. Unimmo le mani in modo solenne. Il patto, quel patto, non è durato. Ma quando feci l’amore con lui, anni dopo, osservando la nuova identità dopo averlo truccato e vestito da donna, riconobbi il sangue. Il sangue di Zeno. L’unico che abbia mai mescolato al mio.

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Via le feste. Via i simposi. Via le dolci alcove

Fuori pioveva da una settimana. Un diluvio insistente. Lo opprimevano le strade, argini di un fiume tra l’acqua e l’ansia per quello che non riusciva a portare a termine, fra documenti impilati sulla scrivania, messaggi da inviare e rendiconti da leggere

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Marzia Migliora, Biennale di Venezia 2015 – Padiglione Italia –

In queste condizioni anche il più ottimista degli estimatori del Natale avrebbe passato la mano. La schiena gli impediva di stare seduto a lungo e la psoriasi gli deturpava le pieghe della faccia. E quando nello studio lo vedevano chinarsi sui faldoni, i soci si sfioravano la nuca e le basette, colti da un automatismo. Una specie di tic scongiuro per quello sfogo, che innevava la giacca di squame di pelle morta. Calmo fuori, masticava a ritmo regolare snack del bar, scaricando grassi sulle croste rosa all’attaccatura dei capelli. A quel punto interveniva il riordino. La lista delle priorità. Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto, come diceva il nonno. Una sana passeggiata nella sua personalissima estrema solitudine. Pari solo alla tecnica primaverile salva nervi: manovre di cambio guardaroba. Momenti intimi e rigeneranti di pulizia. Attività balsamiche. Respirava, buttando cose stratificate nel fondo dell’armadio: camice dai polsini lisi e maglioni infeltriti, regalati da donne che aveva maltrattato sparendo, magari dopo la visita alla casa sul lago. Peccato fosse di nuovo dicembre e nello chalet si gelasse. Da quasi cinque anni andava così, e ogni stagione era così. Tentare di smettere di fumare e non riuscire. Ripromettersi di limitare gli alcolici, scegliendo buoni vini e abbassando la quantità degli whisky, per non farsi perseguitare dall’insonnia, le doppie occhiaie e i sensi di colpa. Non era realistico trovare nuovi e meno dannosi anestetici, per riavere indietro, pure in modo artificiale, la quota di felicità consumata. Comunque ponesse la questione, la pienezza e il vigore di dieci anni prima non sarebbero ripartiti, come in una canzone registrata su un vecchio nastro magnetico, caldo e pieno di fruscii. Via le feste. Via i simposi. Via le dolci alcove. Via i discinti convitati, via la musica, i tuffi eleganti, gli efebi e gli atleti danzanti. Com’era quella storia che aveva letto da qualche parte? Che ognuno ha a disposizione una vasca di coca e una piscina di vodka, e che quando ti accorgi che stai iniziando con la seconda, beh forse è meglio che lasci perdere

« C’è un pacco per Lei» disse la segretaria

«Me lo porti per favore»

«È meglio se viene a prenderlo»

«Perché?»

«Venga…»

Stampigliato con minuscoli abeti in fiamme, il pacco campeggiava al centro della scrivania, nella stanza dello smistamento. Era curioso, ingombrante ed estraneo. Non c’era mittente. Tolse la carta e lo aprii lungo il solco chiuso dallo scotch, con un tagliacarte di plastica fucsia, che faceva quasi male agli occhi per quanto era sgargiante. In mezzo a strati di carta di giornale appallottolata, pescò una lettera rettangolare. Al suo interno solo il foglio Groupon con le coordinate per un week end in una pensione di campagna, insieme a una foto virata da una patina arancione anni Settanta. Un’immagine dieci per quindici, di lui bambino insieme al nonno, sulla riva del loro lago, che li ritraeva mano nella mano mentre avanzavano fra i salici. E un: «Tu sai cos’è un terribile Natale, quest’anno vedi di trascorrerlo in pace. Al caldo e all’asciutto». In camera c’era un copriletto di raso rosso cupo, sistemato a carezza sopra un materasso un po’ troppo morbido per la sua schiena. Una sola finestra affacciata sul cielo prussiano e un angolo cucina anticipato da una specie di arco parziale, che separava la stanza da letto dal minuscolo ambiente già completo di tovaglietta all’americana. Questo tramezzo possedeva un ripiano a scomparsa, che fungeva da tavolo aggiunto, con due sgabelli di legno, alti, a vite, dipinti di bianco. Uno dei due talmente instabile che l’uomo quasi cadde all’indietro, nel tentativo di sedervisi sopra e rullarsi una sigaretta. Bussò il responsabile della struttura. Un uomo che sembrava uscito da un film di David Lynch. Denny De Vito in Gemelli senza ironia: camicia hawaiana, pantaloni cachi. Faccia incassata fra le scapole, torso deforme, gambe storte e la fronte imperlata di sudore che lasciava perplessi rispetto alla temperatura esterna vicina allo zero. Gli diede il telecomando, la chiave elettronica e gli augurò di trascorrere giorni sereni, restituendogli i documenti.

«Ah, mi scusi», disse «Qui non si può fumare. Se proprio deve, lo faccia fuori dalla finestra», e se ne andò.

Sotto vetro, sopra il letto, imprigionato da una cornice nera da due soldi, ondulata dall’umidità, spiccava la riproduzione dell’affresco funerario con il tuffatore di Paestum. Se lo ricordava dai tempi del Liceo. Doveva servire ad accompagnare il defunto nel suo viaggio ultraterreno. Quel ragazzo che non era più se stesso, né il suo corpo, ma avrebbe potuto benissimo essere ancora una volta il lui ragazzino nella foto con il nonno. Pronto a immergersi nel lago, stando attento ai mulinelli insidiosi. Sospeso tra la colonna-trampolino da cui quell’altro ora si è appena lanciato, nel vuoto. Prigioniero della vita nella morte. Ora e per sempre nell’intercapedine d’aria sull’acqua. A sinistra del letto, una griglia bassa per il riscaldamento metteva in comunicazione la sua stanza con quella di fianco e gli restituiva stralci di conversazione. All’inizio sembrava una specie di mugolio, una voce soffocata, rotta da lampi di odio e minaccia. Una telefonata tra due che stanno chiudendo male il rapporto

 

«Mi hai lasc… qui»

«No, no, non cercare scu…»

«Chiaro che…»

«Non mi fare inc… Finiscila»

«Vuoi che me la pre… con i tuoi figl…»

«Non farlo, non farlo cazzo. Non attaccare… Ci vado, lo sai che ci vado»

«Bastardo!»

Quella coda di dialogo gli aveva teso i muscoli. Gli acuti della donna ricordavano la consulente cui aveva chiesto di fare sesso non protetto

«Vuoi davvero rimandarmi in camera così?»

«Ce le hai le analisi e i condom?»

«Cosa?»

«Hai capito…»

«Sono sposato! Farlo con il preservativo sarebbe come mangiare con la bocca foderata di cellophane!»

«Tu sarai sposato, ma io sono ipocondriaca»

«Io odio le ipocondriache…»

«Non sai cosa ti perdi»

Chissà perché aveva pensato a quell’episodio. Il fantasma della malattia, quindi il bisogno di continuare ad agire in maniera imprudente, fingendo che andasse bene e non gli fosse stata confermata la sieropositività. Sì, pensò. Deve essere questo. La riga nel cervello che alcuni chiamano trauma. L’ultima breve relazione prima di decidersi a indagare. L’ultima da sposato. L’ultima da persona, in qualche modo, intatta. L’indomani era Natale, si chiese se avrebbe pranzato con la donna del telefono e se l’avrebbe riconosciuta dalla voce. La mattina dopo, al bancone della reception chiese informazioni, e l’uomo tarchiato lo guardò con il fastidio riservato a uno dei tanti sciroccati di città

«Sono anni che teniamo quella stanza vuota. La padrona ha fatto una brutta fine»

«Una brutta fine?»

«Si è buttata in mare con la macchina. Dentro c’erano anche i figli del suo amante»

Scrivimi, cazzo!

Scrivimi, cazzo, e perdona questo tono, ma non sai la voglia che ho di abbassarti gli slip (rosa o verdi?) per darti una scarica di quelle che dicono ti voglio bene ti voglio bene a ogni frustata.
(Julio Cortázar a Alejandra Pizarnik)

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Quanto è facile tacere, essere calma e obiettiva con gli esseri che in realtà non mi interessano, al cui amore o amicizia non aspiro. Allora io sono calma, cauta, perfetta padrona di me stessa. Ma con i pochissimi che mi interessano … Lì sta l’assurda questione: sono un tumulto. Da lì proviene la mia assoluta impossibilità di sostenere l’amicizia con qualcuno mediante una comunicazione profonda e armoniosa. Tanto mi do, mi affatico, mi trascino e mi sfinisco che non vedo che l’istante per potermi liberare da questa prigione tanto voluta. E se non giunge la mia stanchezza, arriva quella dell’altro, pieno di astio per tanta esaltazione e presunta genialità, e se ne va in cerca di qualcuno che è come io sono con la gente che non mi interessa.
(Alejandra Pizarnik)

Nel cassetto c’era di tutto. Foto, mollette da bucato, post-it con appunti,  biglietti di cinema e concerti, ciproxin, matite, vecchi telefoni, caricabatterie spaiati. Lasciò scivolare in quel casino due righe d’addio

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Martin Creed, Still from Work No. 610 Sick Film

Dormiva, agitata. Se qualcuno l’avesse sorpresa avrebbe pensato che aveva la febbre. Il ritorno era stato l’elaborazione di una fine senza inizio. Dov’era l’acqua ferma e serena? “Che cazzo fai!!” aveva urlato, ma quello era scivolato dentro l’androne e le aveva sbattuto la porta in faccia, lasciandola fuori con il bagaglio. C’era stata una mostra la sera prima del ritorno e l’ansia da stage le stringeva ancora la gola. Rovistò nella borsa e intanto il cellulare le cadde a terra e lo schermo si scheggiò. Grosse lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance. Aveva la faccia paonazza, i capelli elettrizzati dall’umidità e macchie di rimmel sotto gli occhi. Aprì il portone e lo mollò con violenza alle sue spalle. L’ascensore era bloccato a chissà quale piano, quindi dopo dieci minuti d’attesa cominciò a salire con il manico superiore della valigia stretto con entrambe le mani. Lo sentiva ancora dentro, come se non avessero finito e lui non fosse uscito fuori da lei, dalla sua vita, dalle sue prospettive, dal centro delle sue gambe. Nel calore artificiale della stanza in condivisione sognava scatti pornografici. Quelli che si erano scambiati in chat. Gli urlava di cancellarli, intanto che diventavano giganteschi, in un cielo da obitorio. Lui le rispondeva di aprire meglio le cosce. Un po’ di più, ancora, dai… non fare la difficile.

La vita alla sprovvista

Le fotografie sono documenti sociali (…) Sono simboli seri uniti nel caos più disparato (…) camminando con cautela così da non creare alcun disturbo nell’atmosfera tipica del luogo, il fotografo può essere considerato una sorta di occhio incorporeo nascosto, un cospiratore contro il tempo e le sue armi

Robert Frank

 

Certe opere ti fanno sospettare che la critica non serva. L’ἐκϕράζω, il «descrivere con eleganza», non ha potere sulla memoria. L’arte sì. Chiaro, non può cancellarla, tuttavia non è escluso riesca a mistificarla con successo

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Alla proiezione di Robert Frank Don’t Blink di Laura Israel (Canada, Francia, Usa 2015, 82′ english sott. italiano, circuito Wanted Cinema) si è chiarito il senso di una delle lezioni di Artur Aristakisyan — regista fra più importanti al mondo nonostante appena due film all’attivo —, durante la masterclass romana dell’ottobre 2016, sull’opera Make love to me 4am. Aristakisyan aveva parlato del concetto di Grazia, forse come avrebbe fatto Flannery O’Connor: «In questa foto lei ha preso Dio», aveva detto. E qualcosa in questo docufilm ha aperto quella affermazione: il ‘prendere’ con sé Dio come un’icona — nella tradizione orientale ortodossa l’icona è parte di Dio, testimonianza vivente non mera rappresentazione. Una piccola teofania è così scivolata verso noi spettatori. L’interno della mela si è illuminato per mostrare, e nascondere di nuovo, la verità. Perché Robert Frank è un artista silenzioso, uno che «Preferisce stare sul bordo che camminare al centro della strada». Questo suo corpo a corpo con l’immagine, molto europeo, di presa in carico del reale senza illusione di realtà, stupisce. Un uomo schivo che non si separa dagli oggetti, che fa di una pietra, o di un pezzo di legno, un monumentum. Di più: uno che ha colto quella Grazia alla sprovvista. Perché questo privilegio della noncuranza sembra essere elargito con maggiore facilità agli umili. Scattare foto, inciderle, ristamparle, lavorarle in camera oscura con gli acidi, cogliere lo smarrimento, la solitudine, l’arroganza, la povertà e il lavoro assordante della fabbrica, gli ha permesso di creare una bolla di silenzio. Di prendere con sé il dono – l’attimo decisivo – e mostrarlo al mondo. Senza commenti né didascalie. In primo luogo nel libro Les américains (1958). Proseguendo per decenni con una serie di paesaggi intimi in polaroid annotate a mano

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Con film sperimentali e un ininterrotto elogio di ciò che resta dello sguardo, quando raschi via il superfluo.