Fai quello che cazzo ti pare ma portami sempre con te

“Le auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono le più importanti: l’amore e la libertà”

(Stig Dagerman)

Vivo in una piccola città. Anche i muri hanno le orecchie. Bisogna stare molto attenti a chi si fa una confidenza o a mostrare cambiamenti nell’aspetto. Quando cammino per la strada, se mi sono truccata in velocità e incontro le amiche di mia madre, subito mi chiedono: “Ma stai poco bene?”. E mi infastidisco, perché non mi va che le persone sappiano cosa penso

Noi ci vestiamo tutti uguali. Compriamo le cose che indossiamo negli stessi negozi, che stanno nel centro commerciale a due chilometri dalla fermata del tredici. Certe sere, dopo il lavoro, vado a fare una passeggiata sotto i portici del centro commerciale del quale ho parlato. Ci vado spesso, visto che ci lavora un ragazzo che mi piace. Mi fermo davanti alla vetrina di fronte alla sua. Lo vedo riflesso e studio le sue espressioni facciali. Ma lui non si è mai accorto di nulla. Non si è accorto di me. Questo ragazzo è molto carino ed è pure fidanzato. Però da qualche tempo litiga spesso con la sua tipa. Lo vedo dal riflesso: prima di chiudere il negozio le telefona e discutono. Si fa scuro in faccia e stropiccia le guance e la fronte. A me piace uguale, perché è così bello che quando si arrabbia riesce quasi a sembrare più maschio. Ha gli occhi azzurri e la barba bionda. Se poi è proprio imbufalito, gli spuntano le lentiggini sul naso. Non sono mai entrata nel suo negozio che, fra virgolette, è di telefonia ed è in franchising.

… E la venne a prendere per fare un po’ di primavera e nella mente ripeteva le ultime parole che aveva letto su un libro svedese

Mi immaginavo che andasse così. Come nei film  che si guardano nelle giornate di pioggia. Ché fuori non c’è niente. E in quei venti minuti di oscurità arrivano brutti pensieri. Da prima. E li devi scacciare

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Gottfried Helnwein, Anna, 160 cm x 109 cm, oil and acrylic on canvas, 2010

Per esempio, i miei compagni di scuola che non mi parlano. Fanno finta che non esisto. Io li chiamo e loro non sentono. Non ascoltano neppure se mi avvicino. Arrivano, di tanto in tanto, questi pensieri che non so più se sono veri o la mia mente li ha inventati. Ma io non voglio dargli soddisfazione a queste voci nella testa. Io voglio andarmene via. Con lui. Lui per me è tre metri sopra il cielo. Sta fra le stelle che vedo di notte. Così lontane dal mio quartiere puzzolente, con i gabbiani che mangiano la spazzatura e uccidono i piccioni sui tetti delle automobili.

Mia madre prepara sempre quelle stupide patate bollite con il prezzemolo e l’aglio. Ma io resisto. E ti penso. Tu stai per andare via quindi…

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La bambola rotta

Girando attorno a una mola un asino fece cento miglia;
quando fu sciolto si trovò ancora allo stesso posto.
Certi uomini camminano molto,
ma non arrivano mai da nessuna parte;
quando per loro giunge la sera
non vedono né città
né villaggio
né creazione
né natura
né forza
né angelo.
Miserabili, hanno sofferto invano

 

(Vangelo di Filippo, 63, 10 – 20, Gnosticismo Valentiniano II secolo)

Quando finisce la felicità? L’incipit di un racconto lieto s’irradia dalle nuvole e cala sui tetti e per le strade come un velo di zucchero. Ma quale sarebbe il segno inequivocabile che la lotta è stata vana e il giro dell’asino ti ha riportato alla stalla?

Ti hanno devitalizzato un dente. Hai il sapore metallico dell’anestesia in bocca. Qualcosa di importante ti ha sfiorato ma non lo ricordi. Ogni azione è uguale a ogni altra azione. Ti senti scossa dal delitto che ha catalizzato l’attenzione di tutto il Paese. Hai appuntamento a casa degli amici del sabato. Ti spiaggerai davanti al loro schermo al plasma di grandezza imbarazzante. E quella sensazione di emiparesi sembrerà accomodarsi in una zona di confort. Il mostro non sei tu. Almeno stavolta. E le orecchiette con le cime di rapa, annaffiate dal Pinot nero, non mancheranno di premiarti.

La bambina che vive nella tua testa regalava i giocattoli a tutti quelli che promettevano di farle visita. Pensi. Era così sola quella bambina. Ora offre il corpo per pochi spicci di tenerezza e spera che l’amore non finisca con il vomito, nel cesso, dopo la sbronza.

Ti intenerisci

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Gottfried Helnwein, Leda and the Swan, Mixed media (oil and acrylic on canvas), 142 x 203 cm, 2003

La bellezza ci salverà. Scioglieremo nell’acido la maschera dell’abbandono e del tradimento. Finiremo i nostri giorni come Grenouilledivorati da coloro che ardono di desiderio. Oppure no

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Dorothée Smith, Spectrographies, film project, 2014

 

Fai finta di sederti a un tavolo al quale si gioca a poker. Magari sei una dalla fortuna sfacciata. Quasi non ci credi ma stai vincendo forte. A un certo punto si alzano tutti e ti lasciano lì, seduta e servita. Con la tua scala reale, i soldi delle puntate, i bicchieri mezzi vuoti e il posacenere che trabocca di cicche. E non lo sai perché, ma se ne sono andati e non torneranno. 

From the other side

Ciao,

Era impossibile non pensarti dopo avere visto il film Mon roi (regia di Maïwenn). Impensabile non tornare a noi con la morte di Scott Weiland (leader degli Stone Temple Pilots) per overdose, in un tour bus, da solo e ormai lontano dalle luci dei riflettori.

Era la nostra giovinezza, eravamo belli e incapaci di amare

 

Non abbiamo parlato, non ho mai capito se tu abbia provato qualcosa per me, o fosse una specie di dipendenza come quella dalle sostanze illegali

Un giorno, era Natale o giù di lì, ho realizzato: «Se non me ne vado, di lui ci muoio»; così preparai ventinove scatoloni, insieme a Bruna e Paolo, e mi lasciai alle spalle la nostra città. E te.

Mentre stavo con un uomo ti ripercorrevo. Faticavo ad evitarlo. Quelle lacrime su e giù per una Bologna gelida. Quelle scampanellate furibonde nel cuore della notte, in preda a un delirio di possesso che mi squassava dentro. Quegli schiaffi davanti allo specchio mentre un’altra me, che non conoscevo, si prendeva i pensieri, il tempo, la luce. Quella perdita del futuro e del senso del noi…

Sono trascorsi anni, abbiamo passeggiato una sola volta da allora. Non sapevo ancora di essere sul limitare di un nuovo abbandono. Il peggiore, l’inaspettato. Mi amareggia il fatto che il momento apicale della mia (nostra) giovinezza sia stato così oscuro e inutile. Quando ti penso provo quasi un sentimento di disdetta e di impossibilità.

Stai bene? Lo so: se anche stessi soffrendo saresti incapace di confessarlo a qualcuno. Com’è laggiù? La convivenza ti ha aiutato ad uscire dalla penombra?

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Gottfried Helnwein, American Prayer, oil and acrylic on canvas, 2000

 Ti mando un pensiero dai nostri anni Novanta