Siluetas o le virtù della morte

Era caduta. Nella notte torrida di settembre il corpo sembrava scongelato. Ci sarebbe stata una sagoma per qualche tempo, come nelle sue celebri siluetas. Il sangue l’avrebbero asciugato con la segatura e lavato via con gli idranti

 

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Luca Bortolato, from “Intimacy Diary” series, 2016

http://www.crapula.it/siluetas-o-le-virtu-della-morte/

 

Via le feste. Via i simposi. Via le dolci alcove

Fuori pioveva da una settimana. Un diluvio insistente. Lo opprimevano le strade, argini di un fiume tra l’acqua e l’ansia per quello che non riusciva a portare a termine, fra documenti impilati sulla scrivania, messaggi da inviare e rendiconti da leggere

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Marzia Migliora, Biennale di Venezia 2015 – Padiglione Italia –

In queste condizioni anche il più ottimista degli estimatori del Natale avrebbe passato la mano. La schiena gli impediva di stare seduto a lungo e la psoriasi gli deturpava le pieghe della faccia. E quando nello studio lo vedevano chinarsi sui faldoni, i soci si sfioravano la nuca e le basette, colti da un automatismo. Una specie di tic scongiuro per quello sfogo, che innevava la giacca di squame di pelle morta. Calmo fuori, masticava a ritmo regolare snack del bar, scaricando grassi sulle croste rosa all’attaccatura dei capelli. A quel punto interveniva il riordino. La lista delle priorità. Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto, come diceva il nonno. Una sana passeggiata nella sua personalissima estrema solitudine. Pari solo alla tecnica primaverile salva nervi: manovre di cambio guardaroba. Momenti intimi e rigeneranti di pulizia. Attività balsamiche. Respirava, buttando cose stratificate nel fondo dell’armadio: camice dai polsini lisi e maglioni infeltriti, regalati da donne che aveva maltrattato sparendo, magari dopo la visita alla casa sul lago. Peccato fosse di nuovo dicembre e nello chalet si gelasse. Da quasi cinque anni andava così, e ogni stagione era così. Tentare di smettere di fumare e non riuscire. Ripromettersi di limitare gli alcolici, scegliendo buoni vini e abbassando la quantità degli whisky, per non farsi perseguitare dall’insonnia, le doppie occhiaie e i sensi di colpa. Non era realistico trovare nuovi e meno dannosi anestetici, per riavere indietro, pure in modo artificiale, la quota di felicità consumata. Comunque ponesse la questione, la pienezza e il vigore di dieci anni prima non sarebbero ripartiti, come in una canzone registrata su un vecchio nastro magnetico, caldo e pieno di fruscii. Via le feste. Via i simposi. Via le dolci alcove. Via i discinti convitati, via la musica, i tuffi eleganti, gli efebi e gli atleti danzanti. Com’era quella storia che aveva letto da qualche parte? Che ognuno ha a disposizione una vasca di coca e una piscina di vodka, e che quando ti accorgi che stai iniziando con la seconda, beh forse è meglio che lasci perdere

« C’è un pacco per Lei» disse la segretaria

«Me lo porti per favore»

«È meglio se viene a prenderlo»

«Perché?»

«Venga…»

Stampigliato con minuscoli abeti in fiamme, il pacco campeggiava al centro della scrivania, nella stanza dello smistamento. Era curioso, ingombrante ed estraneo. Non c’era mittente. Tolse la carta e lo aprii lungo il solco chiuso dallo scotch, con un tagliacarte di plastica fucsia, che faceva quasi male agli occhi per quanto era sgargiante. In mezzo a strati di carta di giornale appallottolata, pescò una lettera rettangolare. Al suo interno solo il foglio Groupon con le coordinate per un week end in una pensione di campagna, insieme a una foto virata da una patina arancione anni Settanta. Un’immagine dieci per quindici, di lui bambino insieme al nonno, sulla riva del loro lago, che li ritraeva mano nella mano mentre avanzavano fra i salici. E un: «Tu sai cos’è un terribile Natale, quest’anno vedi di trascorrerlo in pace. Al caldo e all’asciutto». In camera c’era un copriletto di raso rosso cupo, sistemato a carezza sopra un materasso un po’ troppo morbido per la sua schiena. Una sola finestra affacciata sul cielo prussiano e un angolo cucina anticipato da una specie di arco parziale, che separava la stanza da letto dal minuscolo ambiente già completo di tovaglietta all’americana. Questo tramezzo possedeva un ripiano a scomparsa, che fungeva da tavolo aggiunto, con due sgabelli di legno, alti, a vite, dipinti di bianco. Uno dei due talmente instabile che l’uomo quasi cadde all’indietro, nel tentativo di sedervisi sopra e rullarsi una sigaretta. Bussò il responsabile della struttura. Un uomo che sembrava uscito da un film di David Lynch. Denny De Vito in Gemelli senza ironia: camicia hawaiana, pantaloni cachi. Faccia incassata fra le scapole, torso deforme, gambe storte e la fronte imperlata di sudore che lasciava perplessi rispetto alla temperatura esterna vicina allo zero. Gli diede il telecomando, la chiave elettronica e gli augurò di trascorrere giorni sereni, restituendogli i documenti.

«Ah, mi scusi», disse «Qui non si può fumare. Se proprio deve, lo faccia fuori dalla finestra», e se ne andò.

Sotto vetro, sopra il letto, imprigionato da una cornice nera da due soldi, ondulata dall’umidità, spiccava la riproduzione dell’affresco funerario con il tuffatore di Paestum. Se lo ricordava dai tempi del Liceo. Doveva servire ad accompagnare il defunto nel suo viaggio ultraterreno. Quel ragazzo che non era più se stesso, né il suo corpo, ma avrebbe potuto benissimo essere ancora una volta il lui ragazzino nella foto con il nonno. Pronto a immergersi nel lago, stando attento ai mulinelli insidiosi. Sospeso tra la colonna-trampolino da cui quell’altro ora si è appena lanciato, nel vuoto. Prigioniero della vita nella morte. Ora e per sempre nell’intercapedine d’aria sull’acqua. A sinistra del letto, una griglia bassa per il riscaldamento metteva in comunicazione la sua stanza con quella di fianco e gli restituiva stralci di conversazione. All’inizio sembrava una specie di mugolio, una voce soffocata, rotta da lampi di odio e minaccia. Una telefonata tra due che stanno chiudendo male il rapporto

 

«Mi hai lasc… qui»

«No, no, non cercare scu…»

«Chiaro che…»

«Non mi fare inc… Finiscila»

«Vuoi che me la pre… con i tuoi figl…»

«Non farlo, non farlo cazzo. Non attaccare… Ci vado, lo sai che ci vado»

«Bastardo!»

Quella coda di dialogo gli aveva teso i muscoli. Gli acuti della donna ricordavano la consulente cui aveva chiesto di fare sesso non protetto

«Vuoi davvero rimandarmi in camera così?»

«Ce le hai le analisi e i condom?»

«Cosa?»

«Hai capito…»

«Sono sposato! Farlo con il preservativo sarebbe come mangiare con la bocca foderata di cellophane!»

«Tu sarai sposato, ma io sono ipocondriaca»

«Io odio le ipocondriache…»

«Non sai cosa ti perdi»

Chissà perché aveva pensato a quell’episodio. Il fantasma della malattia, quindi il bisogno di continuare ad agire in maniera imprudente, fingendo che andasse bene e non gli fosse stata confermata la sieropositività. Sì, pensò. Deve essere questo. La riga nel cervello che alcuni chiamano trauma. L’ultima breve relazione prima di decidersi a indagare. L’ultima da sposato. L’ultima da persona, in qualche modo, intatta. L’indomani era Natale, si chiese se avrebbe pranzato con la donna del telefono e se l’avrebbe riconosciuta dalla voce. La mattina dopo, al bancone della reception chiese informazioni, e l’uomo tarchiato lo guardò con il fastidio riservato a uno dei tanti sciroccati di città

«Sono anni che teniamo quella stanza vuota. La padrona di casa ha fatto una brutta fine»

«Una brutta fine?»

«Si è buttata in mare con la macchina. Dentro c’erano anche i figli del suo amante»

L’autarca

A C. S. che non si è mai ravveduto ma sarà dimenticato. Come tutti

Litigo con lui. Seguono urla e minacce. Il professore esplode nella psicosi dell’autarca, rivendicando ubbidienza cieca in un iperbolico delirio con l’unico scopo di darmi una lezione. Resistenza passiva lunga due anni e gli sbatto in faccia quello che penso: è un sociopatico, non ascolta, ritiene gli altri mediocri mentre solo lui sarebbe un Dio in terra. Nientemeno che l’erede vivente di Derrida

© Agnieszka Rayss, Poland, Shortlist, Professional, Portraiture, Sony World Photography Awards, 2013

Le fasi di disinnamoramento hanno lo stesso fascino del loro duplicato abulico, penso

Mi viene da ridere, trattengo lo sbuffo per far pesare a Emanuele il mio risentimento. Tra me e il professore era seguito un anno di silenzio. Giusto l’ultimo del mio dottorato. Mutismo con qualche e-mail di spiegazione, nel tentativo di trovare una strada buona per conciliare ma dura abbastanza da suggerire che non avrei rinunciato nemmeno a una virgola della mia dignità. D’altronde la maggior parte dei nostri scontri si basavano proprio sulla posizione di alcune virgole, sulle quali nessuno dei due aveva avuto l’ultima parola

Karin Dolin, Our Lives Had Become Unmanageable Final Project 2016  Photographer Aviad Zisman - Photography

Eppure da parte mia c’era stato un bisogno infantile di avere un padre e un mentore – la guida -, e lui aveva saputo coglierlo e usarlo. E via con  richieste di incontro disattese, calunnie, senso di smarrimento, odio verso il destino che mi aveva illuso tendendomi una trappola. Pausa. Mesi d’attesa. Malattia. Debilitazione fisica e mentale. Senso di fallimento e nullificazione, espressi negli atti dell’espulsione ottenuti con innumerevoli pellegrinaggi burocratici e pubblicati col gusto dello sfregio. Una gara, per altro vinta, al suicidio accademico. Ritorsione temuta sul mio lavoro di ricerca e giunta, con l’aggravante dell’artiglieria del baronato universitario ben stretto nei ranghi, durante il passaggio al mio terzo anno. Litigo con il sabotatore interno e arrivo a una rottura con l’idea che mi ero fatta del futuro. Le fasi sono poche e definitive. Persisto. Nella testa non mi parlo e non gli scrivo. Estendo il livore al corpo – mi ammalo –, al mio uomo e al pezzo di famiglia rimasto. Rompo tutto. Identifico nemici fra quelli che credevo compagni. Da quel momento smetto di credere che il tempo debba essere investito nella formazione. Da quel momento il mio tempo devia, alla ricerca del modo in cui vivere. La vita esposta e svenduta come dentro un outlet intellettuale, nella maggior parte dei casi di cattivo gusto, come le cravatte del mio nuovo capo e il guardaroba della sua superflua moglie. Ciò che per me è importante lo tratto così, in modo accidentale. Ho imparato a mettere una distanza tra il mondo e il mio mondo, per avere lo spazio di aprire e chiudere la porta. E quando mi ritorna in mente il sacrificio necessario a mantenere viva l’impressione di seguire una strada su misura per me, è ancora una sensazione che mi sporca. Come se mi fossi data via per molto meno di quello che mi paga il boss. Il boss, in fondo, mi retribuisce solo per fingere di essere una specie di cameriera tuttofare. Il potere… strana questa parola che apre possibilità inimmaginabili, a pensarla mi fa ancora un certo effetto. Sbagli strada e ti accorgi di essere passata per la terza volta davanti a quella tabaccheria col cactus davanti. L’ambizione è una specie di culto che ti fa desiderare di faticare per ritrovarti al punto di partenza. Soltanto più vecchia, stanca e avvitata nel cinismo. Ho ancora paura di perdere la libertà. Quella di pensare senza censure. Come voglio e per quanto tempo mi pare. E siamo arrivati. Posteggio e comincio la recita.

La luce del crepuscolo si era sparsa dentro l’auto, improvvisamente. Tra le nuvole si era aperto un varco. Tacquero rassicurati. Le regole del caos vogliono che il disordine continui.

Escapismo

« Era meglio quando ci drogavamo » dice un uomo alto e stazzonato. Sembra Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte di Signac. Non c’è la Senna ma una piscina coperta e gli ulivi centenari censiti

Maurizio Anzeri, family album, 2014
Maurizio Anzeri, Family album, 2014

 

Due palloni. Due fratelli, uno di sei anni si è pisciato addosso perché non aveva voglia di arrivare fino al bagno, dice sua madre. « Gli ho tolto la Play Station e il telefonino per questo » aggiunge. Anche gli adulti giocano e ridono fuori, ma è un modo di esprimere gioia adatta a essere mostrata sui social network. Si conoscono da ragazzi e un paio di volte l’anno  mangiano e bevono e sono curiosi di scoprire quanto sono invecchiati e se i difetti fondamentali sono rimasti gli stessi. Ininterrottamente

Alcuni sono obesi, prendono farmaci per impedirsi le dipendenze ma hanno raddoppiato lo spessore fisico della tristezza, che parla dall’adipe. Le donne del gruppo sono in forma, tranne una che ha avuto un male alla testa. Molte sono sole. La luce svela cose che il trucco dissimula. Sono le donne ad apparecchiare e sparecchiare. A chiedere di chi sei fidanzata o moglie. Come cento anni fa. Gli uomini discutono di calcio, alcol, tatuaggi, poca politica, un po’ di illazioni sulla fica; ma poche che ci sono i bambini. Quelli sopra i cinquanta e fino ai settanta stanno in disparte, insieme a loro pochi adolescenti, due gatti e un Cavalier King pezzato nero. « Non ho mai bevuto il vino con l’acqua » dice una ragazza curva e dentona al ragazzo flaccido che mette alcuni cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere. «Non è acqua, ci vuole un po’ prima che il ghiaccio si sciolga» risponde lui. Ci sono loro e il prato, loro e il glicine, loro e la vallata. Poi arriva la sera. E il paesaggio scompare.

La guerra dei bianchi e dei rossi

Erano due famiglie. Una dei Bianchi: figli albini, capelli argentei, casa minimalista e terrore del colore; vissuto come una malattia contagiosa. I dirimpettai Rossi: capelli carota, viso rubizzo e cuperosico, screziato da efelidi

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Lisa Krannichfeldred, Red and mint, ink, watercolour, paper collage, and resin, 2013

L’unica figlia adolescente con labbra ciliegia e zigomi rosso rosati. La loro casa nei temi della cera lacca di Cina. Persino la Tv, da spenta, era incassata in un mobile a due ante, anch’esso rosso. Si ignoravano. I Bianchi taciturni, i Rossi ciarlieri. I Bianchi ecologisti, i Rossi sanzionati dal Comune a causa della spazzatura. I Bianchi amanti della musica classica contemporanea, i Rossi del Pop e della melodica. Finché Oliviero dei Bianchi e Bruna dei Rossi non si innamorarono e Bruna rimase incinta. Bruna era come un cespo di lattuga in un campo mentre i Rossi erano pecore al pascolo in lontananza. I Bianchi scampanellarono ai Rossi. Si accomodarono in soggiorno, inorriditi da tanta vertigine cromatica e attaccarono con la solfa della gioventù, e della avventatezza e cose di questo genere. Bruna doveva continuare a studiare, dissero i Bianchi. E il moccioso? Chi si sarebbe occupato del pargolo in arrivo? Replicarono i Rossi. L’atmosfera si stava arroventando. Arrivò un messaggio simultaneo sul Samsung bianco di Bianca dei Bianchi e sull’Iphone con cover rossa di Marzia dei Rossi: «Siamo via non aspettateci». Marzia dei Rossi bestemmiò. Bianca dei bianchi le disse di mantenere un certo contegno. Rosso dei Rossi, padre di Oliviero, disse: «Conte che?». Volarono parole rosse come aeroplani di carta bianca. Le gote dei Bianchi s’imporporarono. La faccia dei Rossi sbiancò.

Avidità

Il mostro ha mangiato il suo corpo. Gli è rimasta solo la testa, che non può divorare se stessa

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Annette Messager, My Vows

Sono dentro una cella. Ci sto da un poco di anni. La porta è aperta, i secondini fanno la siesta ma non me ne vado. Ho il cuore gonfio perché non ispezionano, non si curano di controllare. Sorvegliano per una questione di ruolo e di statistiche. Devono riportare i miei movimenti a un direttore che non ho mai incontrato. Io non mento, l’ho fatto in passato. Tante volte. Questa volta potete credermi: in questa cella sono io a non uscire

Dio mi guarda e potrebbe infliggermi una pena misteriosa. Peggiore della permanenza in un luogo grigio. A dire il vero sono costretta a contenere le reticenze per evitare l’aggressione, l’umiliazione del rifiuto del padre supremo. Quel padre che con il libero arbitrio ha rotto il cazzo. Non siamo liberi, possiamo scegliere la prigione di fuori o la prigione di dentro, capisci?Forse merito le sbarre, le sentinelle, la sbobba e il resto. Come è giusto che qualcuno mi raddrizzi. Una spallata qua, una sculacciata là. Fantasie, o sragionamenti. Mi metterò l’anima in pace, posso ancora resistere; in fondo ci si adegua, si congela il congelabile. Non sono che bizze, capricci. Sto bene, sono in gran forma. Cambio i poster, abbraccio la gerbera. Le rovine mi tranquillizzano. Gli spazi perimetrati, due per due, mi consolano. È necessario senta l’universo perduto, l’insulto scagliato in faccia alla guardia in procinto di ridurre in poltiglia il mio naso, o la sedizione fra compagne e l’occhio nero che qualcuna potrebbe farmi. Se proprio voglio avere l’ultima parola, qualcuna qui potrebbe non gradire. Passa anche questo. Torna la nuvola sul rettangolo del cortile. E poi di nuovo il sole

Nell’intimità

Le mani dell’uomo che chiama a sé faticano a essere intime. Lui vede un vetro, lei un riflesso. Il suo riflesso. Si vergogna e non raggiunge l’altezza della vita. Potrebbero strisciare altre carezze, se solo non ne impedisse il calore

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Dennis Del Favero, Untlited

Così, le sue mani si ritraggono, ragni, trovando il posto occupato. Aspetta. Prima di nascere non voleva uscire, il cordone avviluppato sette volte al collo, per intuizione del futuro. È un ostacolo correre così, da una parte all’altra, in ogni direzione. Un’ombra finisce per conquistare il Tempo ma non la redenzione, la meta che ha bisogno di uno scopo. È concesso annuire, rendere molti servigi, captare la benevolenza, esplodere solo di domenica

La mente contraddice. Di tanto in tanto lascia stare i dibattiti, per fortuna. Siete tutte sorelle, dice. Non avete che madri, puntualizza. Non hai nulla da invidiare a quelle, aggiunge. Una porta chiusa, una chiave rotta, i due emisferi: il sinistro conteggia, il destro tace. Le preghiere inducono speranza ed errore. C’è un incanto che qualcuno spezzerà. Dopo sette generazioni.
La vorrebbe solo sua. No, non proprio. Qualcuno verrebbe qui, a bussare. Salirebbe un’onda vischiosa. Oltre la trachea e attraverso l’iride, in direzione della fovea, nel punto cieco. A impedire che il presente sia la somma di tutti gli atti che lo compongono. Restate tutti là, fermi, per favore. Deve scattare il ritratto di famiglia e se vi muovete non viene bene. Domani si sciacquerà e rimuoverà il vostro strato sotto l’acqua tiepida.