Sex-blues

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Rafal Bujnowski, Father, oil on canvas, 125 x 91 cm, 2006

Di nuovo buio. La giornata è quasi finita, così l’ultima cosa da fare è correre intorno alla piazza prima che tutto diventi brutto.

In un articolo pubblicato sul Journal of Sexual Medicine di questa settimana , il 46% degli studenti universitari di sesso femminile ha riferito sintomi PCD (disforia post-coitale), almeno una volta nella vita. Non c’è male, per essere nella media, sono nella media.

La mia non è una storia in cui la protagonista muore ma di sicuro si lamenta un bel po’. Me la immagino in slowmotion con una maglietta aderente dell’Adidas, che corre, le tette ballonzolanti, inseguita dall’immagine dell’ultimo uomo che ha assunto una posizione ridicola nel suo letto.

Suda e piange come un bue al macello e poi, al quindicesimo giro di piazza, scoppia in una risata inondata da muco, mascara e lacrime. E capisce. Finalmente.

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Wilhelm Sasnal, Duel, Oil on canvas 15 x 19 3/4 in. (38 x 50 cm), 2001

 

Alters

Il mio Mercurio in cancro mi fa scrivere col sangue e con la memoria. Ma non ho memoria, solo sassi. Il Cancro è un segno zodiacale amniotico, quindi acquatico, ma ancora di più affetto da una malattia mortale: il passato.

Cammina di sghimbescio con un occhio gettato verso il serbatoio del ricordo.

Per questo, a un certo punto, mi sono chiesta come sfuggire alla necessità dell’accumulo dei fatti. Fatti per nulla oggettivi perché sottoposti alla trama e all’ordito della mente. Delle convenzioni della mente. Fatti che si fondano su continuità e consuetudine. Isole di materia nella brodaglia del caos. Inchiostro, liquidi, ricordi. Fatalità.

Regina Josè Galindo
Regina Josè Galindo, performance

Da qualche tempo non faccio che disciplinarmi alla gratitudine e al silenzio. Un addestramento militare. Eppure l’esito sembra quello di una grande confusione, di dati e fatti.

Principiamo con le doglianze, che sono la personale liturgia che mi permette di tallonare il presente. Salmodiare il dolore è già di suo professione di fede

Bellezza e oscurità, come luce e tenebre, come lode e lamento, sono il pane della sopravvivenza. Il vetro impresso che resiste quattromila anni alla devastazione della realtà. Trasformare la tenebra in luce, in modo inaspettato, è il miracolo che si deve compiere. Sto cercando un rimedio che porti la tristezza della mia anima, la malattia mortale della mia anima, oltre il confine della solitudine. Mi serve un sostegno robusto e silenzioso, un luogo d’ombra e ristoro permanente, che consenta alla mia schiena di riposarsi. Voglio sperimentare il mondo com’è, nella sua varietà e brillantezza.

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Shirin Neshat, Fervor, Two- channel video work, 2000

Dentro di me abita una figura maligna e ostile che mi guarda. Ho tentato di allearla ai miei giorni migliori. All’orizzonte soleggiato dei miei giorni migliori. Ma temo una rappresaglia: Le immagini corporee sono quelle del divoramento, della ferita, dell’amputazione. La mente è scossa da una guerra intestina, in cui figure interne si accusano reciprocamente in dialoghi dolorosi e cupi. Sono risoluta a disarmare il persecutore, occupandomi di cauterizzare la melena dell’ira. Ogni ora l’orologio batte l’una, le tredici meridiane. Il sole verticale, l’ombra verticale che spiove. Una ripetizione sepolcrale. Una stranezza alla quale ci si abitua. Un inceppamento del futuro. Ogni ora mi auguro che i minuti ricomincino a fluire nell’ordine che gli è proprio. Intanto cade una brocca giù dal tavolo. Si frantuma. È sempre l’una. Namibia Ela Gibil, mi chiamano così, di padre siriano e madre ebrea d’Israele. E questo quanto riassume tutte le esperienze fisiche che ho appreso. Tutte le fisiologie che mi sono state trasmesse. Tutti gli apprendimenti che mi sono stati inculcati. Tutte le guerre di religione che stanno tra il Sole e Dio. Il sommario della serietà vaginale. Non si possono indossare pantaloni e si debbono coprire le parti belle. Il mio corpo è degli altri, il mio corpo è negli occhi degli altri. Percorro le strade del deserto come un lupo che non sa di altri terrapieni. Un lupo in estinzione condannato alla sabbia, all’arsura e al vento. Un lupo della terra. Poiché la terra è femmina e come le femmine desta bramosia e scempio. La terra qui la si percorre come un sesso, la si trivella e bombarda, la si circoscrive con frontiere e linee e pieghe. Come il sesso di una femmina. Come il sesso di una femmina la terra è impura e ha il mestruo e ospita velati i suoi nuovi dissidenti. I nuovi mangiatori di mestruo. Quel sangue che trionfa e ci fa impazzire. Il sangue che scorre tra le gambe e che dobbiamo nascondere: ché è vita che si perde. Morbo malvagio il cui odore le altre donne avvertono e proteggono come si copre un assassinio.

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Shirin Neshat, Passage Series, Cibachrome print, 2001. Courtesy Gladstone Gallery

La terra esige il sangue, un lavacro scarlatto e pomposo di sangue d’uomini. Sangue buono ed eroico. Sangue che esplode e imputridisce e canta e implora altro sangue. Queste sono le due leggi e le due congiure: una è femmina e segreta, l’altra è maschio e si veste di rosso pubblicamente.

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Shirin Neshat, Tooba Series, C-print, 2002. Courtesy Gladstone Gallery

Raccolgo sassi ed è l’una perpetua. I sassi parlano una lingua dimenticata, bisbigliano di una magia che mia nonna mi ha insegnato e guarisce. Sono i betili, i sessi anneriti, le pietre che cantano. Ma questa è un’altra storia, quella di un sole doppio e dei suoi travestimenti. Camminando in cerchio si accalcano ricordi, e i ricordi sono conchiglie dal guscio friabile. Le schiaccio, si sbriciolano. Diventano polvere. E la polvere è la carne delle cose. Quand’ero bambina una volta ho percorso il deserto da sola. Allontanandomi persi l’orientamento. Fui inghiottita dalla sabbia fino ad arrivare a una camera bianca, sotterranea. Si pregava a voce sommessa. C’erano ombre profonde e sussurri. Ho avuto paura. Sfioravo le pareti d’intonaco, per essere certa di non sognare. Intanto mi chiedevo come fossi potuta arrivare in un luogo come quello. Sentivo il gorgoglio di una fonte e qualche risatina soffocata, così mi sono rannicchiata in un angolo. Aspettando. A un certo punto ho intravisto un’ombra rischiarata dall’interno. Uno spettro che proiettava un alone grigio e fioco. Qualcosa di umano e rassicurante, del quale non si scorgeva che il contorno. E quest’ombra mi scrutava, pronunciava il mio nome, tessendo profezie che non capivo. Mi chiamava donna-riccio. Creatura al cui interno la carne sarebbe rimasta acquattata sotto un manto di aculei. Carne dolce, carne e polpa succosa sotto la polvere, con mani colme di pietre che cantano.

Sparì il profeta del corpo, l’hamam sepolto e i miei anni perpetui

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Jack Smith, Untitled, Analog C-print hand printed from original color negative on Fuji Crystal Archive paper 14 x 11 inches (35.6 x 27.9 cm) 17 x 15 1/2 x 1 3/8 inches (43.2 x 39.4 x 3.5 cm) framed, c. 1958-1962/2011. Courtesy Gladstone Gallery

Il deserto ora splende. Ho un libro miniato aperto sulla pagina che raffigura un cespo di rose selvatiche, rose purpuree. Incolte e spinose. È l’una. Il mio cuore non è lieto. Il vento fa sembrare gli scricchiolii delle ante la mano di un intruso; il vento rovista alla cieca. Il cuore non è lieto, lo sento in tumulto nella penombra combusta, nella canicola secca, nel mezzo vuoto della casa, della parte di questa casa riservata a me che sono l’invisibile. Magda è partita e ha lasciato un biglietto sotto la porta. All’una in punto. Tornerà quando il vento avrà spazzato le colline e le mie mani saranno del tutto tranquille. Magda è mia sorella. Ha fianchi larghi e occhi torbidi, rimpiange quel che abbiamo perso.

Birth

 

Qui, nell’ammezzato, abita una poetessa. Talvolta, quando rincaso non troppo tardi ne intravedo la capigliatura soffice e le dita aggrappate agli scuri. Un giorno di marzo mi ha salutata. Aveva occhi molto lontani, il nostro giardino era bagnato da scintille di sole, fresie e violette già gareggiavano con il verde veleno dei colli.

Andrea rientra sempre spossato, ha le gote masticate da una rabbia nascosta, un occhio offeso da un lieve strabismo. È fedele alla guarigione analitica, aggredisce con voce morbida la sua donna, me, mai i suoi beni. Si muove silenzioso in uno spazio di quaranta metri quadrati – due camere, cucina soggiorno, bagno –. Ha bisogno d’essere ascoltato ma non interrotto, vorrebbe amore cattivo e andato a male. Vorrebbe le mani al collo non sulle braccia. Dorme troppo, divora di nascosto le mie provviste. Controlla i rumori, il rituale della triturazione del cibo, l’uso degli elettrodomestici. È stato ferito, è stato scacciato, è ancora qui. In due per abitudine.

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Joakim Eskildsen, Home works at the window, work in process since 2005

Venti poesie d’amore a Ladyhawke

Venti poesie d’amore a Ladyhawke

Lo dirò all’arto fantasma

Tutto è bene quel che non finisce

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Ecco, allora: premettendo che se Siti, Arbasino e Busi fossero morti lui sarebbe il miglior italiano vivente, e visto che Siti è ormai un malato terminale di civismo degenerativo (quanto ci mancano i pompini lirici di Scuola di Nudo, Walter), Arbasino ha sbarrato il portone della sua torre d’avorio e Busi si è rincoglionito, possiamo pure quasi affermare o almeno supporre che lo sia.

Certo, Michele Mari pecca nelle lunghe distanze, alla centesima pagina le ossessioni arrancano sul già detto, l’evanescenza dei suoi fantasmi dilegua nella maniera, l’accademismo attenta la poesia, ma vabbè. A me fa tanto piangere e ridere. Perché quando i fantasmi e le ossessioni finiscono nei libri continuano nella vita, o viceversa, e ancora e sempre viceversa, per garantire ai posteri l’osmosi di fatti e parole iniziata col primo verso di Onan. Massa solare permettendo, si viceverseranno per altri 5 miliardi di anni, e Mari…

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Porca gioia

Mi hai dato tutte le bambole / poi i vestiti dall’armadio in fondo al corridoio / mi hai dato tutto quello che avevi nel portafogli / poi le provviste dal frigorifero./ Hai promesso con clausole il futuro che resta: il cinema, la spiaggia e le vacanze in hotel di pregio./ Mi hai dato ciò che non si chiede / ciò che potevi/ anche i denti e le frattaglie. (ATG, La sindrome dell’arto fantasma)

Mino ha 45 anni, sua madre 83. Sono una coppia di fatto e non c’è spazio per nessun altro. Mino ha espresso il desiderio di morire un minuto prima di sua madre, l’ha detto al cinema mentre vedevamo Macbeth. Durante l’intervallo. Era già brillo, dopo 5 birre delle quali una doppio malto. Un minuto prima dell’inizio del film aveva anche mentito, dicendo che doveva andare in bagno, tutto per bere la sesta bionda. Di conseguenza era sincero quando ha esclamato quel che provava “Non hai capito, io ho sacrificato tutto per mia mamma”. Mino in realtà vorrebbe morire un minuto dopo, non prima, di sua madre Gina. Perché sa che anche solo un minuto di dolore la ucciderebbe lo stesso.

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Jan Saudek, Incest, Saudek Photography , 1988

 

Dora ha 9 anni, frequenta la quarta elementare, suo padre lavora in Venezuela e non lo vede mai. La mamma si dedica spesso al volontariato, anche se non ha una sola parola buona per quelli che aiuta. Questa inclinazione al giudizio ha creato in Dora qualche sospetto sulla buona fede per la vocazione altruistica di sua madre. Ieri, una delle maestre ha assegnato un compito su come i bambini valutano la cultura nel loro paese, così Dora ha scritto

“Quando mia nonna era piccola i Sassi di Matera erano le case dei poveri, oggi sono un monumento dell’umanità. La cultura è come i vestiti: con la moda sembrano belli e senza diventano stracci. Però succede anche il contrario”.

Frieke Janssens, Belga Girl, Smoking Kids photographic exhibit, 2013
Frieke Janssens, Belga Girl, Smoking Kids photographic exhibition, 2013

 

Umberto ha 59 anni, gioca da tutta la vita a pallacanestro, quindi ha un fisico asciutto e giovanile. Da qualche tempo ha intrapreso una nuova pratica mistico esoterica che comporta una certa abitudine a staccarsi dal corpo durante il sonno. Il viaggio astrale è un modo non perseguibile di raggiungere la “Dentina”, la ragazza che qualche anno fa gli ha concesso un bacio, e poco più, prima di calare la sua presenza nel cassetto del silenzio più assoluto. Umberto vive e gioca con sua madre che si chiama Dora, la quale è come se avesse poco meno di tre anni, a causa di un ictus.

 

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Sally Mann, Untitled WR Pa 59, from the series What Remains © Sally Mann, Courtesy Gagosian Gallery, 2001

CAMERA A SUD

Si torna a Roma. Una voragine e il timore di non essere cresciuti bene, di non avere affondato le radici nel terreno migliore. Si torna senza essere mai andati via dal Reno negato. Dai letti sfatti. E si lavora per fare precipitare i quaderni dei desideri nel cratere della montagna. Restando liberi e nuovi, in custodia del lavoro che santifica… Arsi nei roghi di fine anno, che trasformano le pagine incollate dall’umidità in propellente, per salire al cielo. 

Questa è la zona poetica di controllo. Al contrario, dove vivo il coro accorda le lagnanze. La calunnia soverchia le cose dello Stato. L’invettiva la miseria democratica. E il progetto di eguaglianza, acquattato dentro l’abolizione dei congiuntivi, dice pure troppo sulla inconcludenza del merito. Dove vivo è l’animosità del povero che non nutre speranza sul presente e il futuro. In quanto povero, infatti, non si può permettere né l’amore né la solitudine o, meno che mai, l’atteggiamento lirico. Egli soffre del taglio delle utenze: luce, acqua, gas, wireless. C’è, ancora, una scissione tra il povero di mezzi e quello di immagini; sappiate: il povero a una dimensione (d’immagini) non si accorgerà nemmeno della fragola, che potrebbe consolarlo prima della caduta nel burrone.

anita

Una piccola vita ordinata la mia, con i precetti e le norme dei travet. Sveglia alle 7.15, caffè, lettura, caffè, doccia, vestizione, passeggiata verso la redazione. La batteria si scarica… A un certo punto.

Ho sognato il mare, che da Bologna è escluso persino dalle rotte dei venti. I cavalloni avevano un colore inusuale: verde ossidiana. Scuro, brillante, denso come vetro liquefatto.

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Green erosion

Un uomo biondo, con occhi grandi e lontani, come quelli di Fabio il lupo, era (non chiedetemi perché ma ne sono certa) la guida del corso del tempo. L’angelo mi proteggeva; intanto osservavo, dalla soglia di una stanza che rischiava di essere inondata. La luce abbagliante circondava ogni cosa. Prima che le onde prendessero ogni cosa. Sentivo però che l’acqua non mi avrebbe travolta. Mai.

Dice Vince

Si torna senza essere mai andati via. A volte non c’è spazio neanche per il pensare e la scrittura è davvero un vortice, un cratere disegnato senza alcuna profondità, nient’altro che implosione. Siamo liberi, nuovi e spesso soli. Alla ricerca di occhi e di mani, di occhi recisi e di mani agitate.
Non è una bella serata ma le tue parole sono arrivate. E hanno reso il cratere profondo. Ti regalo un sorriso, ma non so se serve

1.-Il-Mago
Andrea Romito, Il mago, 2014