Avidità

Il mostro ha mangiato il suo corpo. Gli è rimasta solo la testa, che non può divorare se stessa

annette-messager-my-vows
Annette Messager, My Vows

Sono dentro una cella. Ci sto da un poco di anni. La porta è aperta, i secondini fanno la siesta ma non me ne vado. Ho il cuore gonfio perché non ispezionano, non si curano di controllare. Sorvegliano per una questione di ruolo e di statistiche. Devono riportare i miei movimenti a un direttore che non ho mai incontrato. Io non mento, l’ho fatto in passato. Tante volte. Questa volta potete credermi: in questa cella sono io a non uscire

Dio mi guarda e potrebbe infliggermi una pena misteriosa. Peggiore della permanenza in un luogo grigio. A dire il vero sono costretta a contenere le reticenze per evitare l’aggressione, l’umiliazione del rifiuto del padre supremo. Quel padre che con il libero arbitrio ha rotto il cazzo. Non siamo liberi, possiamo scegliere la prigione di fuori o la prigione di dentro, capisci?Forse merito le sbarre, le sentinelle, la sbobba e il resto. Come è giusto che qualcuno mi raddrizzi. Una spallata qua, una sculacciata là. Fantasie, o sragionamenti. Mi metterò l’anima in pace, posso ancora resistere; in fondo ci si adegua, si congela il congelabile. Non sono che bizze, capricci. Sto bene, sono in gran forma. Cambio i poster, abbraccio la gerbera. Le rovine mi tranquillizzano. Gli spazi perimetrati, due per due, mi consolano. È necessario senta l’universo perduto, l’insulto scagliato in faccia alla guardia in procinto di ridurre in poltiglia il mio naso, o la sedizione fra compagne e l’occhio nero che qualcuna potrebbe farmi. Se proprio voglio avere l’ultima parola, qualcuna qui potrebbe non gradire. Passa anche questo. Torna la nuvola sul rettangolo del cortile. E poi di nuovo il sole

L’educazione fisica dei ragazzi

Una provincia indefinita, quattro ragazzi di estrazione sociale affatto simile diventano inseparabili. La fine degli anni ’80 e la grande illusione di un benessere duraturo. Accade che in queste pagine nulla e nessuno sia come sembra. Così, perdere l’innocenza significherà confrontarsi con la morte e con un dio di provincia che non salva. Da qui, l’arrivo di una maturità violenta che impedirà ai partecipanti di questo racconto corale di dimenticare

 

Nell’intimità

Le mani dell’uomo che chiama a sé faticano a essere intime. Lui vede un vetro, lei un riflesso. Il suo riflesso. Si vergogna e non raggiunge l’altezza della vita. Potrebbero strisciare altre carezze, se solo non ne impedisse il calore

untitled-by-dennis-del-favero
Dennis Del Favero, Untlited

Così, le sue mani si ritraggono, ragni, trovando il posto occupato. Aspetta. Prima di nascere non voleva uscire, il cordone avviluppato sette volte al collo, per intuizione del futuro. È un ostacolo correre così, da una parte all’altra, in ogni direzione. Un’ombra finisce per conquistare il Tempo ma non la redenzione, la meta che ha bisogno di uno scopo. È concesso annuire, rendere molti servigi, captare la benevolenza, esplodere solo di domenica

La mente contraddice. Di tanto in tanto lascia stare i dibattiti, per fortuna. Siete tutte sorelle, dice. Non avete che madri, puntualizza. Non hai nulla da invidiare a quelle, aggiunge. Una porta chiusa, una chiave rotta, i due emisferi: il sinistro conteggia, il destro tace. Le preghiere inducono speranza ed errore. C’è un incanto che qualcuno spezzerà. Dopo sette generazioni.
La vorrebbe solo sua. No, non proprio. Qualcuno verrebbe qui, a bussare. Salirebbe un’onda vischiosa. Oltre la trachea e attraverso l’iride, in direzione della fovea, nel punto cieco. A impedire che il presente sia la somma di tutti gli atti che lo compongono. Restate tutti là, fermi, per favore. Deve scattare il ritratto di famiglia e se vi muovete non viene bene. Domani si sciacquerà e rimuoverà il vostro strato sotto l’acqua tiepida.

“La stanza” e “Ripensamenti”, due prose brevi di Anita Tania Giuga

“La stanza” e “Ripensamenti”, due prose brevi di Anita Tania Giuga

CRITICA IMPURA

Gianfranco Basso, " Dualismo postumanistico locale" – Tecnica mista su tela – 69×101 cm Gianfranco Basso, “
Dualismo postumanistico locale” – Tecnica mista su tela – 69×101 cm

Di ANITA TANIA GIUGA

La stanza

Non posso arredare la stanza, disse la ragazza. Dovrò andare via. Meno peso avrò meglio sarà. Lui teneva gli occhi bassi e giocava con le perle di legno del bracciale africano. La ragazza cominciò a spogliarsi, in silenzio.

Il silenzio era subentrato alla fine della playlist di Youtube. Si sentiva il fiato di entrambi. Le note della ragazza erano diventate alte, quelle del ragazzo gutturali.

« Come stai?», disse la ragazza

« Adesso bene », disse il ragazzo

Nella stanza il calore si era propagato e le coperte erano diventate fastidiose. Il ragazzo, nudo, fra le lenzuola di colore indefinito, si era disteso sul fianco e stava guardando i dorsi dei libri vicino al letto. Li accarezzava con l’indice e nella mente diceva: Addio Salinger, addio Bernhard, addio Trevisan. Fuori…

View original post 638 altre parole

Libri tanto amati: Luca Pantarotto e J. D. Salinger

giacomo verri

16196127_10211705205935335_623893406_o

(Il giovane Holden contro i mulini a vento, foto di Luca Pantarotto)

J.D. Salinger e Il giovane Holden

Ho conosciuto Holden Caulfield, guarda caso, proprio l’11 settembre 2001. Io avevo 21 anni, lui ne aveva 16. Sulle prime pensavo di essere troppo vecchio per appassionarmi alla sua storia. Parlava in un modo buffo e faceva cose strane, lì per lì lo presi per un ragazzino un po’ cazzaro, viziato, superficialmente ribelle, confuso in modi spesso inopportuni e angosciato da quella particolare categoria di problemi stupidi che vanno sotto il nome di “first world problems”. Roba del tipo: “Nei bar non mi servono alcolici perché sono un maledetto minorenne”. O “Non riesco a trovare il coraggio di chiamare quella tipa”. O “Chissà dove se ne vanno d’inverno le anatre, quando il lago si ghiaccia”.

All’epoca non sapevo nulla di letteratura americana – di nessuna letteratura, in effetti: quando fai lettere…

View original post 1.167 altre parole

Oggetti fuori posto

Giorno. Letto. Tavolo. Telefono. Bocca. Sete. Erezione.

Lo sai? Non si può avere la musica. La luce fino a tardi. Non si può mangiare quando ho fame. Siamo lontani e tu mi odi? Ti amo e ancora, ancora. Amore come neve che scivola dentro la stanza. Ti amo invece che dormire.

Freddo. Caffè. Telefono muto. Senza batteria.

tumblr_l9wmcaqlig1qdj4d8o1_500
Agalmatophilia

Stomaco chiuso. Occhiate. Diffidenza. Camera. Pillole

In realtà ogni forma è vuota. Mi dicevano . “Tu sei una forma vuota. Un cranio e il cervello non ci sta dentro”

Lavati dai

Metti le mani nell’acqua, l’acqua sulle mani, le mani con l’acqua sulla faccia

In questo ci sei tu. Il tuo odore di sudore e terra. Mi hai lasciato solo. Solo. Solo.

Pigiama. Libro. Matita senza punta. Ti amo, ti amo e mi manchi. Non posso scrivere, potrei ferirmi con una punta, dicono i dottori

989acc7e762f7874e8fb02db68c7dd93
Filipe Branquinho, Untitled

Mi sveglio e non ci sono più i libri, lo stereo, la penna che avevo nascosto e dimenticato sulla scrivania. Non c’è nemmeno lo specchio. L’hanno tolto? Mi tocco la faccia, mi guardo le mani. C’è qualcosa di diverso. La pelle è così screpolata che si spacca. Ho una benda sulla testa. Mi hai raccontato che ti aveva seguita e bloccata in palestra. Non c’era nessuno, solo te e lui. Ti aveva parlato, chiesto di tua madre e di tuo fratello. Si era avvicinato e ti aveva sfiorato la ciocca di capelli viola. Aveva riso. Ti eri allontanata, mi hai detto. Così, ti è corso dietro, spinta e trascinata fino alle parallele. Ti aveva tenuto le mani in alto. Sentivi il suo fiato davanti alla bocca. Ti ha preso la mano destra e ha cominciato a leccare il palmo, a lingua molle, seguendo le linee. Una per una. Alla fine se n’è andato. Me l’hai detto dopo una settimana. Spostando un sasso con la punta dello stivale. Parlavi ma eri assente. La voce era piatta. Impersonale. Non me lo dicevi, me lo stavi comunicando.

Non ho le stringhe delle scarpe, dormo tanto, come faccio a scriverti? Mi rubano la corrispondenza, sono certo.

Lettera confiscata

Non lo so. Non so perché te lo scrivo, ti farà ancora più male. Mi devo liberare la coscienza. Sapevo come sarebbe andata a finire e non sono riuscita a fermarmi. Lui non è stato così… mi ha toccato e non mi ha fatto male. Non ha avuto fretta. Ha detto le cose che servivano a non sentirsi estranei. Ho pensato a lui nel frattempo, quando parlavamo e stavi zitto, ho pensato che te lo avrei scritto che non dovevo. Ho pensato che c’e in me qualcosa di sbagliato. Mi mette a disagio ma questa distanza con te è giusta. Non so. Mi sembra di guardarmi, di spiarmi allo specchio e non trovarmi. In quel momento in palestra era come avere un terzo occhio puntato addosso. Mi faceva schifo e mi piaceva. Non potevo accettare che mi piacesse. Gli ho parlato tutto il giorno, qualche volta mi sentivo strana. Ho avvertito questo calore strano. Ma non lo cercherò più, te lo giuro. Come lo spiego, che mi fruga e non c’è. Perché lo sento, lo sperimento dal suo tono anche se la sua voce non mi arriva. Però non lo vedo ovunque, non lo voglio come te. Lui non c’è. Non sei tu, non sarà mai te. Questa immagine non è giusta. Lui è seduto composto, come il dottore che ausculta. Il medico di famiglia che mi ha vista crescere. Mi ha guardata mettere su le tette. Sa di me cose… il corpo è talmente in alto che scompare, si gonfia, trema. Come cazzo c’è riuscito a farci questo?

Ti amo

A.

 

L’aureola

L’aureola è un #racconto misterioso e inquieto di Anita Tania Giuga scritto con notevole cura, dallo stile minimale molto ponderato e misurato ma sempre sul punto di esplodere.Tutto questo in #Miedo_a_las_alturas – rubrica/laboratorio di #horror e #fantascienza e altri #mostri di CrapulaClub curato da Antonio Russo De Vivo

illustration-m
M. Kardinal, Untlited, digital collage, 2016

Qualche volta la casa diventa un essere che decide. Si sente il tramestio dei topi che attaccano la coibentazione del tetto. I rami dell’unico albero battono contro la finestra dell’abbaino, creando un effetto simile a quello di qualcuno che bussa su un vetro con le nocche. Nel buio avverte contatti. Carezze. Onde di calore che s’irradiano in modo concentrico. Una mano smuove l’aria intorno a lei. Suggestioni. Alleggerite dall’attesa  dell’ospite

http://www.crapula.it/laureola/