Sweet heart

Ottocento discoteche, stadi e non più piazze. Erano gli anni Ottanta. Moriva Andrea Pazienza ed ero uno gnomo che non sapeva nemmeno dove si trovasse Bologna. Adesso la distanza. Il sospetto e il disagio. Non mi va di scrivere, sono strana. Sono stata strana per tutta la vita. Dal matto al mondo: da zero a tutto. Gli uomini si sono spaventati e si spaventano ancora oggi.

San Giovanni e la barca ardente

Passo le giornate a guardare gli interattivi di tarocchi online per conoscere un futuro inesistente, visto che la lettura dovrebbe svelarmi la dipendenza stessa da cartomanti attive sui grandi temi dell’essere-al-mondo: ‘mi ama’, avrò ‘perdite economiche’, un ‘nuovo lavoro’, lui ‘lascerà l’altra’ e cose così. Dicono che dall’aggressività consumistica siamo passati al languishing, un lento e apatico accumulo di frazioni sconnesse di tempo non finalizzato. Questa maturità è ostile, priva di senso, senza ossatura. Qui solo molluschi ‘siore e ‘siori. Da qui prevedo nuove scalate, piani vertiginosi, difficili approcci alla passione fisica. Mi sto spiritualizzando, soffro di crisi d’ansia gestibili. Sono un’adulta svogliata nel parco giochi di escapeland.

Paesaggio senza spettatore

La fine della storia. Uomo medio, professore d’umanità ma non di coraggio. La faccia sporca dei processi storici degli ultimi quarant’anni. Si muore. Muori che tu lo voglia o che ne abbia una fottutissima paura. Nelle province coraggio e paura non salgono in superficie. Tu, amo da pesca per totani. Insomma, siamo pesci trasportati da correnti anomale. Oggi il vulcano spara le sue sabbie mobili e tu hai lasciato il corpo a cremare. Sono fuochi, sono dolori. Intanto le femmine del luogo auspicano amori automuniti, garantiti, cocktail paganti. Io, donna bancomat, me la rido dalla parte delle mai amate abbastanza. Qualche volta ho vomitato ubriaca per le stanze delle feste

Quando ti tocca la fredda luce della luna

Gli uccelli cinguettano senza pietà. Il mio sistema neuro vegetativo è scosso. Se mi chiedi un caffé rischi il plotone d’esecuzione. Le parole sono sottili, veline quasi. Oggi Shioba ha preso un treno dalla stazione del paese e ho visto chiaramente che gettava dal finestrino il cellulare che le avevo regalato. Non sopporto questo pigolio insistente dei merli in giardino. Quando tornerai mi troverai più magra, con un piega sul lato sinistro della bocca. Ho regalato i vestiti invernali alla vicina, quella della porta rossa che ha la figlia in Australia. La banca mi ha chiamata per la tua polizza: quando vuoi che ti prenda l’appuntamento? Da qualche giorno lampeggiano le luci nelle stanze che attraverso, c’è tensione mentre ti aspetto. Ho comprato il pesce che ti piace e l’ho congelato. Tu porta il vino.

La parte

Non importa quante lauree, quanti diplomi, quanti sport hai praticato né se hai i sacramenti, o se credi in un Dio buono o scellerato. Non importa se la piega della tua bocca è a marionetta o ti imbronci come Lolita (fuoco dei miei lombi). Non importa se sali sul carro del vincitore o gli dai fuoco. Non importa se i tuoi occhi brillano o hai saputo scegliere la forma dei tuoi occhiali. Non importa se ti ubriachi o ti mangi le unghie, o ti tiri i capelli uno per volta o temi che gli spaghetti al pomodoro possano annodarsi ai tuoi visceri. Non importa se hai la cellulite, o se sognando di pisciare hai bagnato il letto a quarant’anni. Non importa quanti profili fake hai su Facebook né se spii l’ex. Non importa. Sólo di te mi importa ora

Non è la lunghezza delle gambe. Non è la carnosità della bocca. Non è la grandezza dell’Ego. Non è quanto sei puttana. Non sono i libri che hai letto. La quantità di disgusto importa sì. Non importa quanto dritto hai il naso né se ti hanno tolto le tonsille, i denti del giudizio e l’appendice. Non importa se hai le sopracciglia folte. Non importa se paparino ti ha amata ma può essere importante se ti ha messo una mano tra le gambe. Sarai il progetto di uno spermatozoo agguerrito e di un ovulo che conserva i tesori e gli orrori di famiglia. Volevo me. Volevo te. Mi aspetto un miracolo che ripari la collana dei giorni. Il tempo in dormiveglia si è insinuato nelle rughe. Il mio amante mi trascura. A me preferisce evasioni virtuali e piccole umiliazioni indirizzate alla differenza d’età. Se dorme al tuo fianco quello che non ti vuole, la tua carne avvizzisce, si accartoccia, prende l’abitudine all’invisibilità. Ora però so che a vincere è il mio pensiero, contro profezie e calcoli. Ho corteggiato il male per farmelo amico senza mai trovare sollievo nè cavarne profitto. Ero una bambina intatta con enormi crisi d’ansia. Intorno a me vedevo morte e sopraffazione, così la mia eccessiva sensibilità è stata deformata da un calore freddo che mi porto addosso come una corazza. Le mie avventure cominciano qui. Dopo avere deviato lo sguardo dall’abbisso e avere trovato un gioco perfetto. Il gioco dei giochi. La campagna di Waterloo per un cuore inaridito dall’ideale. Mi guardo intorno e l’unico sollievo è scrivere. Nessuno può impedirmelo, nemmeno il mio clan. Fui mandata a studiare pianoforte per distogliermi dal disegno e dalla pittura. L’arte non è mai stata contemplata fra i piani di famiglia. Tutt’al più un hobby, un passatempo a contorno dell’ottenimento di un posto nella meglio società. Mi accorgo di avere sparigliato i calcoli per la mia felicità, di avere rimandato al padre il messo con i nuovi accordi di resa, mai per corteggiare la rovina o qualche raffinata variante di autosabotaggio. I miei maestri mi hanno più volte indicato la strada: scrivi di ciò che conosci. Io conosco solo me. Il mondo è un territorio ostile e desolato. Non ho gradito abitarci se non prendendo la rincorsa. Fino a qui non c’è stato verso di sentire che la luce del riconoscimento potesse accendere il suo riflettore monocolo sullo spirito indomito del quale sono dotata. La mia è una battaglia da camera, ininfluente. Temo la solitudine come il più feroce dei predatori. Per questo sono sola. Per questo ho vissuto una vita straordinaria senza accorgermene.

Il passato è il futuro del tuo presente

Ci sono storie che iniziano dove si rompe la persona. Che so: lei ha perso la casa e si è suicidata. Scena di lei bambina che gioca con il triclo. Scena di lei pensosa sulla spiaggia. Lacrime della madre, lacrime del fidanzato e della migliore amica incredula. Loro non sapevano e nemmeno avevano dedotto crepe emotive. Però, aleggia la certezza che già nell’immagine con il triciclo fosse contenuta la tragedia. Passa nella testa dello spettatore che l’orribile taglio di capelli a testa di monaco cistercense fosse un prodromo del rifiuto alla vita a venire. Sulle spiagge mediterranee, alle porte della bella stagione, ci annoiamo in compagnia dei gabbiani conficcatti sulle pietre nere. La vita scorre, il paesaggio è dolcemente inerte, i ritmi molli, l’animo oppresso e leggero al contempo. Il vicino urla che ‘Lui lo sa’ e decifrare questo sapere è profetizzare un male nascosto sotto la luce dell’imminente bella stagione. Gli diresti: Cosa sai tu, e se il passato fosse il futuro del tuo presente? 

Mai visto un cielo così

C’era tutto. La montagna, le stelle, la pienezza della luna. La noia di un amore contrastato. La sensazione di essere api operaie, sazie di feste solitarie. Stare insieme legati da un baccello virtuale si sacrificio, con la personalità frammentata dalla paura del giudizio sociale. Era stata una sfida raggiungere l’isola, restare impigliato nel mare in inverno, senza nemmeno un bar dove curare i litigi da eccesso di convivenza. Quelli che non erano stati deportati arrivavano per un bicchiere di vino, per un piatto caldo o per qualche pettegolezzo che sarebbe diventato di lì a poco robaccia da fare scivolare nel tritarifiuti. La luce stava crescendo su questo segmento longitudinale, ma il senso di irreversibilità era retto, a picco. Potevamo credere in uno scopo? Un uomo risvegliato non cede alle illusioni, smette di volere cambiare la realtà e la attraversa venerando i dettagli. La luce sulla stessa montagna, che cambia a ogni stagione, un passero dalla coda vermiglia, il fuoco perpetuo del disinganno, le carezze della notte, gli odori catarrosi delle bocche al risveglio, il sole perfetto sui coppi. Un nulla spazioso come il cuore.

Pas

Mentre scendeva dall’automobile cadde nella pozzanghera. Sopra di lei il cielo aveva quel punto d’azzurro che ogni pittore ha cercato di emulare nella sua carriera. Essere Pas è una invalidità nota solo da qualche tempo. Ruby non sopporta i rumori forti, cambia umore con facilità, quando è molto scossa le tremano le mani e i pensieri si disegnano nel suo cervello come ragnatele. Per lunghi periodi, soprattutto nella stagione che va da settembre a febbraio, la coglie una depressione latente, una tendenza alla procrastinazione, un appetito a intermittenza, la sensazione di essere l’unica persona negli universi a parlare la lingua matta che nessuno capisce. La meditazione è uno dei rari metodi stabilizzanti, a patto di essere praticata con una disciplina inflessibile. Pas significa Persona con alta sensibilità. Fate conto di entrare in una stanza e di essere attraversati dai pensieri di tutti quelli che ci stanno dentro. Immaginate di stare con un uomo e di avere male allo stomaco se ha male allo stomaco, mal di testa se ha l’emicrania e di smettere di lavarvi se puzza. Un Pas è un condannato che scorrazza a piede libero che ha come prigione il cervello degli altri. Rideva inzuppata fino alle mutande di acqua e fango e un gatto di strada dagli occhi gialli le si avvicinò ronfando; all’apice del gradimento le pisciò sui pantaloni.

Un odore

Tu sei un albero, e un albero è autarchico. Ho imparato a cucinare a circa quindici anni. Al ritorno da scuola mi fermavo al supermercato a fare la spesa, mia madre tornava tardi dal lavoro, era esigente. Compravo enormi stronzate: chili di pomodori secchi, troppi formaggi camembert, grandi approviggionamenti di yogurt. Non c’era un filo conduttore in tutto ciò. Provavo i cimbali, i fiati, gli archi. Ma non trovavo la sinfonia e mia madre era scontenta

La vita adulta non è stata diversa, ho provato la dodecafonia e la struttura tonale, tuttavia l’accordo con il mondo ha avuto delle crisi. Una crisi è una scelta: c’è un prima e un dopo, quando si risolve, niente sarà più lo stesso

Pornolove

Il bagno del teatro era decadente: decadenti erano i tendaggi di velluto e le poltroncine imbottite

Marilyn Minter, Blue Poles” (2007), émail sur métal, 152, 4 x 183 cm

Seduto in disparte stava guardando il display del telefono cellulare. Molti anni prima vivevamo nello stesso appartamento. Ora non avevamo il cuore di riconoscerci. Gli avevo presentato un’amica e avevano legato subito. Lui era piccolo e lei ai confini del pachidermico, con un culo ritenuto mondiale soprattutto dagli extracomunitari: innamorati delle morbide forme muliebri. Mi sorprese. Una relazione priva di litigi e, come prevedevo, anche d’amore. Lui cominciò a tradirla con una stangona di un’altra città, appena dopo la chiamata alla leva. Manteneva casa della mia amica come appoggio – risparmiare può avere applicazioni inaspettate -; appena laureato partì per le campagne londinesi senza dare notizie. Eravamo tutti lì in attesa, a perdere fiducia nelle relazioni, per la prima volta 

Della luce e di altri demoni

In albergo c’è una corte tonda che fa perdere l’orientamento se hai bevuto troppo. La febbre dei Caraibi è una specie di peste del sole. Tutti vogliono scopare e tutti hanno fame, così mettere insieme le cose può generare un cannibalismo sublime. Il bar è libero, quindi si beve in modo compulsivo, spinti da quel ricordo di penuria misto all’interdizione agli hotel, alle spiagge e alle donne bianche

A Cuba chi è bianco sta meglio, i neri più neri erano schiavi e quel ricordo di sottomissione resiste nell’evidenza della superiorità della sfumatura, nel bisogno di pareggiare i conti, nella fame di riscatto, o anche in una ottusa ricerca di soldi e basta

Arrivata a Varadero pensavo che non avrei mai più scelto un posto così turistico e assurdo. Avevo messo in un bicchiere la conchiglia raccolta facendo snorkeling con un cubano bianco, che mi aveva tenuto la mano per tutto il tempo dell’immersione a pelo d’acqua. La conchiglia puzzava come un cadavere. Ma era il segno del risveglio, anche attraverso un contatto parziale. Il mio cortese rifiuto, dopo una giornata di attenzioni e balli impacciati, non aveva reso meno intensa la gita in catamarano a cayo delle iguane. Chi ha detto che il sesso non è romantico non ha esplorato i bassifondi dell’anima latina. I Caraibi non hanno ombre, la luce è verticale, assoluta, come se spiovesse dalla navata di una chiesa gotica senza vetrate né architravi