Eclissi

È troppo tardi ormai per avere paura (À bout de souffle, 1960, Jean-Luc Godard)

« Sei il giro di routine »

« Tu la solita bambina capricciosa. Prendimi una birra, sbrigati! »

« Chiedimi per favore »

« Per favore e non perdere tempo »

Il mare si è ingrossato. Gli occhi sono gli stessi e vedono le scene amate e detestate da anni. Fra poco l’eclissi d’agosto pulirà il cielo

Penelope Umbrico, TV from Craigslist, digital mock-­up for variable sizes of c-prints on metallic paper, 2008

Nella stanza la luce della candela illumina il tavolo dei riti. I biglietti con i propositi di scioglimento del karma legati alla lunazione: Luna crescente desideri, piena stabilizzazione degli obbiettivi, calante distruzione delle cattive abitudini e superamento degli ostacoli. Durante il vuoto di Luna, il periodo tra la fine della Luna calante e l’apparizione della Luna nuova, lei chiede per i sabotaggi, e di sciogliere il gelo che la abita. Nell’ultimo sogno riappariva il mare, l’impossibile tuffo e le meduse. Come è vicina la gioia, il vortice di parole sul senso della vita che si mescola con la canzone che ripete Where is my mind?

Penelope Umbrico, Mirrors (from Catalogs and Home Decor Websites), 2001 – 2011

Una sera di giugno aveva giocato alla playstation, stesa sul letto dell’amante giovane. Mancava lo scopo nel gioco che lui le aveva proposto, si trattava di evitare di essere trascinati dal vento e attraversare distese innevate, in solitudine. Un viaggio psichedelico nel vuoto di pensiero. Non aveva fatto l’amore quella notte, né dormito. Qualche ora appena. « Devi pensare a te stessa » aveva concluso. Alla fine, per una iper logica l’occulto è una specie di dissonanza cognitiva. Simile a quell’attraversamento solitario in cui il vento riportava indietro l’incappucciato pellegrino senza rotta. Una contraddizione, come stare svegli per andare a dormire.

« Perché non scendi dalla giostra »

« Ho paura »

« Di cosa? »

« Di sentire dolore »

« Così ne senti di più »

« Sì, forse. Ma posso dare la colpa agli altri »

« Maledetto Carter… »

« Che vuol dire? »

« Un vecchio cartone. Dovresti essere più leggera »

Il gatto è tornato.

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Due mogli. 2 agosto 1980 di Maria Pia Ammirati

Ci sono morti e non responsabili, ci sono corpi bruciati, ci sono uomini secondari – i mariti suppellettili e i figli accidiosi –, c’è un’orazione civile al femminile, c’è la faction (un po’ finzione e un po’ cronaca di un altro secolo, il Novecento al suo apice d’ottimismo, nonostante tutto così vicino all’attualità). Quante trame di vita su quei binari titolava l’articolo di Biagi, all’indomani dell’esplosione

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Pesci volanti

Trovare un’azione che non sia automatica: parlare, scopare o innamorarsi (Ex Machina, Alex Garland, 2014)

Al bambino radioattivo: l’arte resta nonostante gli umani una forma imperfetta d’amore

« Dobbiamo abbatterlo », aveva detto il veterinario

Untitled by Simon Stålenhag, 2016
Untitled, Simon Stålenhag, 2016

Il cavallo aveva saltato male una roggia e si era fratturato l’omero. Lui gli aveva tenuto la testa che penzolava sull’acqua del fiume, fino alla fine.
Così, lei non l’aveva perdonato e lui nemmeno. L’acqua scura con i pesci volanti. Un’intera notte abbracciata a un uomo che non conosce. Le dita di lui sulla sua schiena e sull’areola del seno e poi strette intorno alla gola. Eppure non sentiva freddo o paura. Tenuta forte per non annegare. L’aveva sognato qualche notte prima. Nella dimensione onirica vedeva con una certa frequenza l’acqua. E il piano astrale che compensava le perdite con la stessa puntualità. Riallineando quel territorio dentro il quale gli esseri viventi sono cellule, atomi, croste che galleggiano, in un flusso di visioni, suoni e intermittenze. Solo nel sonno la sua anima riconosceva la strada per tornare al buio e non perdersi

Aveva pagato il cavallo con la riscossione del premio assicurativo, un anno esatto dopo l’amputazione del piede destro. Non era un esemplare memorabile, però lo aveva isolato subito nell’allevamento, come si adocchia il piccolo danneggiato di una cucciolata. Per somiglianza, chi può dirlo, con la parte in collera che non accettava la protesi. La sua nuova vita era iniziata da quel baio e ora si chiudeva un paragrafo con il suo sacrificio. La permuta tra la sua libertà e la morte di un rapporto danneggiato. Tutti e tre loro erano danneggiati e ora bisognava ricominciare. Aveva perso il cavallo e quello che doveva essere il compagno. Lui non la vedeva così: com’era naturale, preferiva salvare se stesso alla prospettiva di considerare il male inferto. «Non voglio sprecare la mia vita con una che mi mette sullo stesso piano del suo cavallo. Punto », aveva detto.

Secondo Platone Klêros è la “parte nel mondo” che le anime decidono prima di incarnarsi. Da questo punto di vista scegliere il proprio Klêros è indirizzare la propria sorte. Il cavallo aveva scelto di essere suo per avere l’amore che si può sperimentare quando la fiducia non è ostacolata da nessun tipo di pregiudizio. L’aveva scelta per vivere e anche per morire e, in un certo senso, per essere ricambiato con quello stesso amore.

« Guarda com’è pulito il cielo »

« È bello. Pensa di più a te però…»

« Ci penso a me »

« Non mi pare »

« A te non pare ma è così… »

In realtà l’ostacolo non era la leggerezza di avere guidato il cavallo verso il pericolo. Il casino era quell’altro uomo del segno dei Gemelli, quindi doppio e imprevedibile, dentro la testa del suo ex. Quell’omuncolo arido che lo guidava in segreto e gli confondeva i pensieri. L’uomo che beveva una bottiglia di anisetta in un’ora, quando stava da solo. L’essere annoiato che aveva perso qualsiasi interesse per il sesso, se si escludevano i selfie osceni delle sue amanti sposate, che gli mostravano l’oltre delle mutande e i buchi più stretti. Dopo la seduzione c’era il vincolo, le pretese e la ripetizione delle scene iniziali; il graffio sulla superfice sotto la quale si nascondeva altra superfice. In quell’ombra era crepato il cavallo e con lui ogni prospettiva di relazione stabile.

Nell’universo doppio, sulla strada non scelta ma reale come quella già imboccata, c’era l’uomo a due teste che aveva portato il suo cavallo al mattatoio.

Aveva seguito l’autocarro in stato di trance. Trasfigurato. Lei nella sua automobile speciale, dietro. Sia chiaro, non aveva mai visto l’uomo segreto emergere dalla nebbia con tanta nitidezza come in quel frangente. In sei mesi era stato comunque un re vittorioso; l’amante che dipingeva di rosso le unghie della sua protesi.

Siluetas o le virtù della morte

Era caduta. Nella notte torrida di settembre il corpo sembrava scongelato. Ci sarebbe stata una sagoma per qualche tempo, come nelle sue celebri siluetas. Il sangue l’avrebbero asciugato con la segatura e lavato via con gli idranti

 

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Luca Bortolato, from “Intimacy Diary” series, 2016

http://www.crapula.it/siluetas-o-le-virtu-della-morte/

 

Lamour

«Cos’hai da perdere?»

« Solo me »

« Quando ci saremo visti e rivisti? »

« La quarta volta scatterà la richiesta di matrimonio »

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Si erano incontrati a una cena. Lei a pezzi, lui un ex bello con il cuore che usciva dallo sguardo. Non era stato il sesso. Entrambi avevano voglia di archiviare la deriva. Lui si arrangiava vendendo macchine usate e stava facendo un corso da tatuatore. Lei era stata assunta in una galleria d’arte. Tutti e due avevano un segreto

Il tempo era mite. Le notti dolci. I loro odori compatibili anche se lui fumava e lei no. Nessuno dei due aveva intenzione di rinunciare all’altro. Cos’è un’alleanza?

Aveva un’amica, molto più grande. Veniva da Londra e beveva. Aveva fatto la pattinatrice in Medio Oriente e le raccontava cos’era ricevere diamanti, zaffiri e rubini, che alcune sue colleghe avevano buttato nello scarico in un accesso di gelosia. La vita ti cambia, le diceva spesso. Ma quella vita non aveva lasciato una scia d’oro, bensì una lunga striatura d’amarezza.

« Dillo tu »

« Meglio tu »

Brutta stronza che cazzo mi hai fatto alla faccia! erano le ultime parole che il suo ex le aveva rivolto dopo che lei gli aveva buttato un intero bicchiere di gin sugli occhi. Ti denuncio, hai capito figlio di puttana? Io ti denuncio! Era l’ultima frase che gli aveva rivolto la ex di lui dopo avere scoperto che le aveva hakerato tutte le password. Loro avevano riso coffessandosi le debolezze del carattere e fatto poi lungamente l’amore. Lei di schiena e lui dentro di lei.

Il sangue di Zeno

Eravamo dove altri avevano vissuto ma ora non c’era niente. Lui con un violino, io giovane. Anche lui aveva la giovinezza. Un’altra forma però. Io goffa lui bellissimo. Io bassa lui un efebo danzante. Un dio femmina e maschio quando queste possibilità nemmeno facevano parte del linguaggio. Potevo sapere che avrebbe accompagnato tanta vita? Ci stavamo baciando. Prima di fotografarlo

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Joan Alturo, Mors Et Vita – Old Age, 2016

Cercavo di portarmi via l’anima. Lo volevo così: prigioniero nella luce. Aveva quegli occhi liquidi e scuri e io dovevo fermarlo dentro il posto disabitato. Nel quadrato di grazia che non avrei avuto ancora per molto solo per me. C’erano le birre nel suo zaino. Ruppi il collo della mia e mi tagliai il palmo. Fece lo stesso. Unimmo le mani in modo solenne. Il patto, quel patto, non è durato. Ma quando feci l’amore con lui, anni dopo, osservando la nuova identità dopo averlo truccato e vestito da donna, riconobbi il sangue. Il sangue di Zeno. L’unico che abbia mai mescolato al mio.

Via le feste. Via i simposi. Via le dolci alcove

Fuori pioveva da una settimana. Un diluvio insistente. Lo opprimevano le strade, argini di un fiume tra l’acqua e l’ansia per quello che non riusciva a portare a termine, fra documenti impilati sulla scrivania, messaggi da inviare e rendiconti da leggere

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Marzia Migliora, Biennale di Venezia 2015 – Padiglione Italia –

In queste condizioni anche il più ottimista degli estimatori del Natale avrebbe passato la mano. La schiena gli impediva di stare seduto a lungo e la psoriasi gli deturpava le pieghe della faccia. E quando nello studio lo vedevano chinarsi sui faldoni, i soci si sfioravano la nuca e le basette, colti da un automatismo. Una specie di tic scongiuro per quello sfogo, che innevava la giacca di squame di pelle morta. Calmo fuori, masticava a ritmo regolare snack del bar, scaricando grassi sulle croste rosa all’attaccatura dei capelli. A quel punto interveniva il riordino. La lista delle priorità. Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto, come diceva il nonno. Una sana passeggiata nella sua personalissima estrema solitudine. Pari solo alla tecnica primaverile salva nervi: manovre di cambio guardaroba. Momenti intimi e rigeneranti di pulizia. Attività balsamiche. Respirava, buttando cose stratificate nel fondo dell’armadio: camice dai polsini lisi e maglioni infeltriti, regalati da donne che aveva maltrattato sparendo, magari dopo la visita alla casa sul lago. Peccato fosse di nuovo dicembre e nello chalet si gelasse. Da quasi cinque anni andava così, e ogni stagione era così. Tentare di smettere di fumare e non riuscire. Ripromettersi di limitare gli alcolici, scegliendo buoni vini e abbassando la quantità degli whisky, per non farsi perseguitare dall’insonnia, le doppie occhiaie e i sensi di colpa. Non era realistico trovare nuovi e meno dannosi anestetici, per riavere indietro, pure in modo artificiale, la quota di felicità consumata. Comunque ponesse la questione, la pienezza e il vigore di dieci anni prima non sarebbero ripartiti, come in una canzone registrata su un vecchio nastro magnetico, caldo e pieno di fruscii. Via le feste. Via i simposi. Via le dolci alcove. Via i discinti convitati, via la musica, i tuffi eleganti, gli efebi e gli atleti danzanti. Com’era quella storia che aveva letto da qualche parte? Che ognuno ha a disposizione una vasca di coca e una piscina di vodka, e che quando ti accorgi che stai iniziando con la seconda, beh forse è meglio che lasci perdere

« C’è un pacco per Lei» disse la segretaria

«Me lo porti per favore»

«È meglio se viene a prenderlo»

«Perché?»

«Venga…»

Stampigliato con minuscoli abeti in fiamme, il pacco campeggiava al centro della scrivania, nella stanza dello smistamento. Era curioso, ingombrante ed estraneo. Non c’era mittente. Tolse la carta e lo aprii lungo il solco chiuso dallo scotch, con un tagliacarte di plastica fucsia, che faceva quasi male agli occhi per quanto era sgargiante. In mezzo a strati di carta di giornale appallottolata, pescò una lettera rettangolare. Al suo interno solo il foglio Groupon con le coordinate per un week end in una pensione di campagna, insieme a una foto virata da una patina arancione anni Settanta. Un’immagine dieci per quindici, di lui bambino insieme al nonno, sulla riva del loro lago, che li ritraeva mano nella mano mentre avanzavano fra i salici. E un: «Tu sai cos’è un terribile Natale, quest’anno vedi di trascorrerlo in pace. Al caldo e all’asciutto». In camera c’era un copriletto di raso rosso cupo, sistemato a carezza sopra un materasso un po’ troppo morbido per la sua schiena. Una sola finestra affacciata sul cielo prussiano e un angolo cucina anticipato da una specie di arco parziale, che separava la stanza da letto dal minuscolo ambiente già completo di tovaglietta all’americana. Questo tramezzo possedeva un ripiano a scomparsa, che fungeva da tavolo aggiunto, con due sgabelli di legno, alti, a vite, dipinti di bianco. Uno dei due talmente instabile che l’uomo quasi cadde all’indietro, nel tentativo di sedervisi sopra e rullarsi una sigaretta. Bussò il responsabile della struttura. Un uomo che sembrava uscito da un film di David Lynch. Denny De Vito in Gemelli senza ironia: camicia hawaiana, pantaloni cachi. Faccia incassata fra le scapole, torso deforme, gambe storte e la fronte imperlata di sudore che lasciava perplessi rispetto alla temperatura esterna vicina allo zero. Gli diede il telecomando, la chiave elettronica e gli augurò di trascorrere giorni sereni, restituendogli i documenti.

«Ah, mi scusi», disse «Qui non si può fumare. Se proprio deve, lo faccia fuori dalla finestra», e se ne andò.

Sotto vetro, sopra il letto, imprigionato da una cornice nera da due soldi, ondulata dall’umidità, spiccava la riproduzione dell’affresco funerario con il tuffatore di Paestum. Se lo ricordava dai tempi del Liceo. Doveva servire ad accompagnare il defunto nel suo viaggio ultraterreno. Quel ragazzo che non era più se stesso, né il suo corpo, ma avrebbe potuto benissimo essere ancora una volta il lui ragazzino nella foto con il nonno. Pronto a immergersi nel lago, stando attento ai mulinelli insidiosi. Sospeso tra la colonna-trampolino da cui quell’altro ora si è appena lanciato, nel vuoto. Prigioniero della vita nella morte. Ora e per sempre nell’intercapedine d’aria sull’acqua. A sinistra del letto, una griglia bassa per il riscaldamento metteva in comunicazione la sua stanza con quella di fianco e gli restituiva stralci di conversazione. All’inizio sembrava una specie di mugolio, una voce soffocata, rotta da lampi di odio e minaccia. Una telefonata tra due che stanno chiudendo male il rapporto

 

«Mi hai lasc… qui»

«No, no, non cercare scu…»

«Chiaro che…»

«Non mi fare inc… Finiscila»

«Vuoi che me la pre… con i tuoi figl…»

«Non farlo, non farlo cazzo. Non attaccare… Ci vado, lo sai che ci vado»

«Bastardo!»

Quella coda di dialogo gli aveva teso i muscoli. Gli acuti della donna ricordavano la consulente cui aveva chiesto di fare sesso non protetto

«Vuoi davvero rimandarmi in camera così?»

«Ce le hai le analisi e i condom?»

«Cosa?»

«Hai capito…»

«Sono sposato! Farlo con il preservativo sarebbe come mangiare con la bocca foderata di cellophane!»

«Tu sarai sposato, ma io sono ipocondriaca»

«Io odio le ipocondriache…»

«Non sai cosa ti perdi»

Chissà perché aveva pensato a quell’episodio. Il fantasma della malattia, quindi il bisogno di continuare ad agire in maniera imprudente, fingendo che andasse bene e non gli fosse stata confermata la sieropositività. Sì, pensò. Deve essere questo. La riga nel cervello che alcuni chiamano trauma. L’ultima breve relazione prima di decidersi a indagare. L’ultima da sposato. L’ultima da persona, in qualche modo, intatta. L’indomani era Natale, si chiese se avrebbe pranzato con la donna del telefono e se l’avrebbe riconosciuta dalla voce. La mattina dopo, al bancone della reception chiese informazioni, e l’uomo tarchiato lo guardò con il fastidio riservato a uno dei tanti sciroccati di città

«Sono anni che teniamo quella stanza vuota. La padrona ha fatto una brutta fine»

«Una brutta fine?»

«Si è buttata in mare con la macchina. Dentro c’erano anche i figli del suo amante»