Fiori sulle tue ginocchia sbucciate

All’angolo della strada, lo stesso da anni, quello che chiamavo in confidenza lo spigolo dei desideri, si era appoggiata lei. Il tacco rotto e un ginocchio sbucciato. Reggeva la borsa, l’ombrello e un pacco di carta con qualche arancia dentro. Dal punto di vista della strada non doveva essere così attraente

Reynold Reynolds, Secret Life, Still, 2008

Ma lo era per me. L’avrei baciata e sarebbe stato come tornare a casa. All’adolescenza. Alle gite notturne nelle case abbandonate e alle dolcezza delle bugie. Le menzogne che dilagano riportando l’anima nella sua naturale dimora. Muoviti amore mio, con quella busta che sta per rovesciare il suo contenuto. Scansa il passante che sta per urtarti. Anche se non sei bella dal punto di vista della strada. Sotto il mondo è pieno di ossessioni, come un fiume nel quale galleggiano rifiuti. Avrei voluto trascorrere con te le feste, i compleanni, accendere le luci del Natale. Presentarti una sola volta ai miei, per tenerti al sicuro dai giudizi e dalle pretese. Mentre il sangue ti cola giù dal ginocchio sorridi. Forse una parte di te ha catturato i miei pensieri e li porterà con sé stanotte. Nel sonno, oltre il mistero dei nostri cuori freddi e distanti come bombe innescate

Mi hanno trascinato via, non smetterò nonostante ciò di abitarti con le mie intenzioni migliori.

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La letteratura è un’arma senza scrupoli e non ammette censure

La letteratura è un’arma senza scrupoli e non ammette censure

AtlantideZine

“L’ho incontrato una sera di primavera. Sono diventata la sua amante. La tuta di latex che indossava il giorno della sua morte gliel’ho comprata io. Sono stata la sua segretaria sessuale. È lui che mi ha iniziato all’uso delle armi. Mi ha regalato una pistola. Gli ho estorto un milione di dollari. Lui me l’ha ripreso. L’ho ammazzato piantandogli una pallottola in mezzo alla fronte. È caduto dalla sedia su cui l’avevo legato. Respirava ancora. Gli ho dato il colpo di grazia. Sono andata a farmi una doccia. Ho raccolto i bossoli. Li ho messi nella borsa insieme alla pistola. Uscendo ho sbattuto la porta”. Così tanto per gradire: un getto d’acqua ghiacciata in faccia al lettore e all’ambiguità melliflua di chi fruga nella perversione altrui per non vedere la propria, per esserne contagiato quanto basta a elettrizzare la propria libido e al contempo godere della certezza di restarsene al…

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Aperto la notte

Sì. Volevo chiamassi. I poster non mi piacciono

I poster?

Le cose inutili e lontane

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Celia Boltansky, historic alternative photographic processes

Un mistico indiano sostiene che le relazioni sono i dati dei quali disponiamo per fondare la realtà. Sui rapporti di interdipendenza è in bilico il mondo che pensiamo reale. Nel fondo delle nostre cariche di elettroni siamo, infatti, vuoti. Del tutto inesistenti. La città dove vive è piena di luci. Non tutte incantevoli; non tutte abbaglianti. I circoli si accendono di inviti e la più grande preoccupazione è come vestire e quale dono portare. Un ballo frenetico di cui la visuale migliore appartiene alle dame sedute nell’angolo, che osservano la sala e annuiscono. Quando torna a casa, nel suo letto che occupa tutta la stanza da finto albergo, si chiede se toccarsi sia triste o l’unico modo per fare l’amore. In questo periodo dell’anno conta i ‘morti’ sull’agenda telefonica. I rapporti rotti a causa sua o degli egoismi che non si incontrano. Vorrebbe avere a disposizione un modo per stare dalla parte del giudice, dell’imputato e di dio. Perché solo dio può sentenziare, forse anche assolvere, non lei. Anche volendo non desidererebbe essere dio, giacché lei stessa è stata sottoposta a processi e lasciata digiuna a osservare piatti di carne che non voleva mangiare, finché non si fosse decisa a farlo

Quindi si appresta a scrivere una lettera di richiesta di perdono. Perdono da quelli che l’hanno amata un po’ e lei ha rifiutato. Perdono da quelli di cui si è vendicata e non lo meritavano. Perdono da chi ha allontanato con severità. Perdono per non avere ricambiato come sarebbe stato giusto. Perdono per l’Io della cattiva e perdono per quello della vittima. Perdono per avere manipolato, rifiutato e vomitato ingiurie. Perdono perché non è così che si crede nella reincarnazione e nel karma cattivo anche se il debito, con alcuni, c’è e lo vedi. Perdono per avere bevuto troppo o niente. Perdono per avere taciuto le offese e per averle inferte a chi non le aveva arrecate. Perdono per non avere tenuto saldo un cuore al suo, perdono per avere scelto organi marci che hanno infettato quello che di buono aveva in serbo per il futuro. Perdono alla bambina che alberga dentro l’ultima stanza della casa, quella dove nessuno vorrebbe stare, perdono perché non la va a salvare né a trovare che di rado. Perdono a chi non c’è e non potrà sedersi con lei alla tavola della festa. Perdono per un altro addio che non avrebbe voluto pronunciare. Mai più mai più

Marrimento

È ancora novembre. Quando ti ho incontrato eri alla fermata della linea tre. Magro, con gli occhi brillanti sotto le palpebre gonfie. Il giaccone lurido e i capelli arruffati su metà della faccia. Mi hai guardato e mi sono avvicinata. Mi hai detto “Dove abiti?”. Ti ho risposto indicando un portone con il dito e tu “Andiamo…”. Nella mia stanza c’è un grande specchio. Mi hai preso per mano e mi hai chiesto di guardarci dentro

Marilyn Minter, Ruby Slippers,
enamel on metal, 2006

C’era un caldo strano. Diverso da quello cui ero abituata. Mi hai chiesto di guardare meglio, perché tenevo gli occhi a terra concentrata sui bioccoli di smalto rosi sull’alluce. “Guardati” hai continuato a ripetere, mentre altro calore saliva dalle caviglie alle guance. “Sei perfetta”. “Prima di fare l’amore con te vorrei sapere una cosa” “Cosa?” “Mi risponderai sinceramente?” “Ci proverò” “Hai mai scopato con tuo padre?” “No… no” “E hai mai pensato di farlo?” “Sì” “Allora immagina di farlo con lui adesso”. Non capivo il senso di quella richiesta. Non capivo lui. Ma fu così che andò: come un tornado. Funziona in questo modo qui, le cose importanti stanno all’inizio e alla fine. Quello che si muove al centro finisce nella fogna. Tanto venivamo tutti e due da quel fango e avere qualcuno accanto non salva come dicono. Ti guardavo, e fantasticare mi portava lontano dall’odore che avanzava dal posacenere mentre russavi, avvolto dalla coperta cenciosa che stava ai piedi del letto e puzzava di altri uomini. “Vuoi essere mio padre?” ho pensato. “Vuoi essere come il mio fottutissimo padre?”. “Beh, fai pure… accomodati nella sala d’aspetto dietro agli altri amico”.

Eclissi

È troppo tardi ormai per avere paura (À bout de souffle, 1960, Jean-Luc Godard)

« Sei il giro di routine »

« Tu la solita bambina capricciosa. Prendimi una birra, sbrigati! »

« Chiedimi per favore »

« Per favore e non perdere tempo »

Il mare si è ingrossato. Gli occhi sono gli stessi e vedono le scene amate e detestate da anni. Fra poco l’eclissi d’agosto pulirà il cielo

Penelope Umbrico, TV from Craigslist, digital mock-­up for variable sizes of c-prints on metallic paper, 2008

Nella stanza la luce della candela illumina il tavolo dei riti. I biglietti con i propositi di scioglimento del karma legati alla lunazione: Luna crescente desideri, piena stabilizzazione degli obbiettivi, calante distruzione delle cattive abitudini e superamento degli ostacoli. Durante il vuoto di Luna, il periodo tra la fine della Luna calante e l’apparizione della Luna nuova, lei chiede per i sabotaggi, e di sciogliere il gelo che la abita. Nell’ultimo sogno riappariva il mare, l’impossibile tuffo e le meduse. Come è vicina la gioia, il vortice di parole sul senso della vita che si mescola con la canzone che ripete Where is my mind?

Penelope Umbrico, Mirrors (from Catalogs and Home Decor Websites), 2001 – 2011

Una sera di giugno aveva giocato alla playstation, stesa sul letto dell’amante giovane. Mancava lo scopo nel gioco che lui le aveva proposto, si trattava di evitare di essere trascinati dal vento e attraversare distese innevate, in solitudine. Un viaggio psichedelico nel vuoto di pensiero. Non aveva fatto l’amore quella notte, né dormito. Qualche ora appena. « Devi pensare a te stessa » aveva concluso. Alla fine, per una iper logica l’occulto è una specie di dissonanza cognitiva. Simile a quell’attraversamento solitario in cui il vento riportava indietro l’incappucciato pellegrino senza rotta. Una contraddizione, come stare svegli per andare a dormire.

« Perché non scendi dalla giostra »

« Ho paura »

« Di cosa? »

« Di sentire dolore »

« Così ne senti di più »

« Sì, forse. Ma posso dare la colpa agli altri »

« Maledetto Carter… »

« Che vuol dire? »

« Un vecchio cartone. Dovresti essere più leggera »

Il gatto è tornato.

Due mogli. 2 agosto 1980 di Maria Pia Ammirati

Ci sono morti e non responsabili, ci sono corpi bruciati, ci sono uomini secondari – i mariti suppellettili e i figli accidiosi –, c’è un’orazione civile al femminile, c’è la faction (un po’ finzione e un po’ cronaca di un altro secolo, il Novecento al suo apice d’ottimismo, nonostante tutto così vicino all’attualità). Quante trame di vita su quei binari titolava l’articolo di Biagi, all’indomani dell’esplosione

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Pesci volanti

Trovare un’azione che non sia automatica: parlare, scopare o innamorarsi (Ex Machina, Alex Garland, 2014)

Al bambino radioattivo: l’arte resta nonostante gli umani una forma imperfetta d’amore

« Dobbiamo abbatterlo », aveva detto il veterinario

Untitled by Simon Stålenhag, 2016
Untitled, Simon Stålenhag, 2016

Il cavallo aveva saltato male una roggia e si era fratturato l’omero. Lui gli aveva tenuto la testa che penzolava sull’acqua del fiume, fino alla fine.
Così, lei non l’aveva perdonato e lui nemmeno. L’acqua scura con i pesci volanti. Un’intera notte abbracciata a un uomo che non conosce. Le dita di lui sulla sua schiena e sull’areola del seno e poi strette intorno alla gola. Eppure non sentiva freddo o paura. Tenuta forte per non annegare. L’aveva sognato qualche notte prima. Nella dimensione onirica vedeva con una certa frequenza l’acqua. E il piano astrale che compensava le perdite con la stessa puntualità. Riallineando quel territorio dentro il quale gli esseri viventi sono cellule, atomi, croste che galleggiano, in un flusso di visioni, suoni e intermittenze. Solo nel sonno la sua anima riconosceva la strada per tornare al buio e non perdersi

Aveva pagato il cavallo con la riscossione del premio assicurativo, un anno esatto dopo l’amputazione del piede destro. Non era un esemplare memorabile, però lo aveva isolato subito nell’allevamento, come si adocchia il piccolo danneggiato di una cucciolata. Per somiglianza, chi può dirlo, con la parte in collera che non accettava la protesi. La sua nuova vita era iniziata da quel baio e ora si chiudeva un paragrafo con il suo sacrificio. La permuta tra la sua libertà e la morte di un rapporto danneggiato. Tutti e tre loro erano danneggiati e ora bisognava ricominciare. Aveva perso il cavallo e quello che doveva essere il compagno. Lui non la vedeva così: com’era naturale, preferiva salvare se stesso alla prospettiva di considerare il male inferto. «Non voglio sprecare la mia vita con una che mi mette sullo stesso piano del suo cavallo. Punto », aveva detto.

Secondo Platone Klêros è la “parte nel mondo” che le anime decidono prima di incarnarsi. Da questo punto di vista scegliere il proprio Klêros è indirizzare la propria sorte. Il cavallo aveva scelto di essere suo per avere l’amore che si può sperimentare quando la fiducia non è ostacolata da nessun tipo di pregiudizio. L’aveva scelta per vivere e anche per morire e, in un certo senso, per essere ricambiato con quello stesso amore.

« Guarda com’è pulito il cielo »

« È bello. Pensa di più a te però…»

« Ci penso a me »

« Non mi pare »

« A te non pare ma è così… »

In realtà l’ostacolo non era la leggerezza di avere guidato il cavallo verso il pericolo. Il casino era quell’altro uomo del segno dei Gemelli, quindi doppio e imprevedibile, dentro la testa del suo ex. Quell’omuncolo arido che lo guidava in segreto e gli confondeva i pensieri. L’uomo che beveva una bottiglia di anisetta in un’ora, quando stava da solo. L’essere annoiato che aveva perso qualsiasi interesse per il sesso, se si escludevano i selfie osceni delle sue amanti sposate, che gli mostravano l’oltre delle mutande e i buchi più stretti. Dopo la seduzione c’era il vincolo, le pretese e la ripetizione delle scene iniziali; il graffio sulla superfice sotto la quale si nascondeva altra superfice. In quell’ombra era crepato il cavallo e con lui ogni prospettiva di relazione stabile.

Nell’universo doppio, sulla strada non scelta ma reale come quella già imboccata, c’era l’uomo a due teste che aveva portato il suo cavallo al mattatoio.

Aveva seguito l’autocarro in stato di trance. Trasfigurato. Lei nella sua automobile speciale, dietro. Sia chiaro, non aveva mai visto l’uomo segreto emergere dalla nebbia con tanta nitidezza come in quel frangente. In sei mesi era stato comunque un re vittorioso; l’amante che dipingeva di rosso le unghie della sua protesi.