Il cielo è di tutti

Un “bip” del telefono. Appare il messaggio sul display

— “Ti ho scritto a mezzogiorno e tu non mi hai risposto”

Gerard Richter, Wolke
Gerard Richter, Wolke, olio su tela, 200 cm x 300 cm, 1976

È ancora a casa per quanto il tempo sia bello. Non è aria, finisce per concentrarsi sulla scena fuori dalla finestra. È una tarda primavera che asfissia con l’odore intenso di rincospermum. Sembra non accorgersene nessuno che è primavera tranne i depressi. Sotto casa c’è un parco in semi abbandono: dall’alto non si leggono bene le zone. Sa che all’estremità est parlotta una specie di gang di adolescenti. Birre in mano e qualche canna. Piercing e pantaloni sbracati per alcuni, attillati per i pelle e ossa. Qualcuno fa passeggiare il cane e adesso ce ne sono almeno tre: un Carlino, un Boxer francese e un meticcio di stazza media, color miele. Le piacciono i cani. I padroni sono uomini: uno sulla trentina, un ragazzo di diciotto anni circa e un pensionato.

Com’è il cielo sopra di lei? Scorrono nembi, cumuli nembi, cirri e ogni sorta di forma determinata dalle correnti ascensionali. È l’emersione delle parole di qualcuno che se ne va a intridere ogni cosa dello stesso bianco.

La sagoma delle nuvole cambia nella misura dell’emozione interna; non ama scrivere, le è necessario. Siamo a giugno e questo cielo non ha smesso di essere crudele. L’azzurro è crudele, da tre anni a questa parte. Ma anche prima lo ricorda come una lama intermittente. Da quando se n’è andato il panorama, rimastica sulla lavagna della scrittura e della menzogna. Si è raccontata una montagna di bugie per scommettere su ogni primavera futura. Per scrivere si costringe a mentire. L’inseguimento della verità della visione resta un’unità di misura instabile. Senza dubbio inquinata dalle emozioni. Si chiede se basterebbe mettere in fila i fantasmi del sentimento, sopra un pezzo lacrimevole di qualche interprete Blues. I colori privati di luce diventano macchie indistinguibili e sconvolgono i movimenti del parco, facendo saettare ombre untuose. Guardare è più semplice che descrivere. Intanto prova a essere fedele al tono del cielo delle venti: acciaio fitto di bagliori indaco. Sempre lascia che questo cielo le penetri dentro. Prova a sentirlo nella carne, come faceva con l’amante, che la sbatteva al muro facendola ansimare di piacere. Adesso l’occhio si distrae sulle altalene e gli scivoli, scuri come legni arsi. Dietro casa hanno sgozzato il gestore di un “Vino e olio”, chissà — si chiede — se la sua essenza si aggira da quelle parti, nello stesso spazio aereo.

Giorgio Barrera,
Giorgio Barrera, Baume & Mercier, images series, 2008 to 2009

Al momento ha le chiavi di casa sul tavolo, la moka sul fuoco, debiti da saldare in testa e potrebbe chiudere la porta della camera, con la carta da parati a cristalli di neve, e uscire in strada senza una meta. Nell’impossibilità però di arrestare la mente e indirizzarla da qualche altra parte. Il telefono continua a emettere il “bip” dei messaggi ricevuti. Le parole la riempiono di inquietudine. Deve o non deve fare qualcosa? E cosa? Il mondo esiste attraverso la logica dei sintagmi, delle locuzioni e dei paradigmi. Logiche del senso imparate quando non c’era la possibilità di difendersi dalle regole degli altri. Com’è rassicurante essere inchiodata al proprio posto; il suo posto è quello di una mosca nell’ambra. Una mosca che soffoca. Di uscire non se ne parla. Scrivere potrebbe essere il rituale per contenere il disordine e la malattia della vita. Così si sforza di comporre la rotondità che manca a certi giorni uguali e alle stagioni deserte. Mettere ordine, risanare. Rimuovere l’esclusione che i solitari segretamente perseguono, regalando al destino una via e una finestra spalancata all’aria. Il telefono emette un nuovo “bip”, il messaggio è lo stesso

— “Ti ho scritto a mezzogiorno e tu non mi hai risposto”.

Così non è solo una donna ma una che finalmente si prepara per la festa del solstizio. Il lirismo diventa il ritmo giusto che la persuade a inguainare il corpo e a lasciare che sia accarezzato dalle mani di un uomo nuovo. Lo vede, lo sa già su di sé che la divora

Nessun abbandono resterà impunito, la resa va annientata. Pensa. Ha un obbligo morale verso un abbandono di molto antecedente a questo che la scuote ogni oggi che attraversa. Un cane sull’autostrada che fu costretta ad aiutare a morire. Era appena una ragazza, eppure quella morte le sembra ancora una specie di colpa. Per quel cadavere aveva trovato come sepoltura un campo di patate, annodato due rami con un elastico a mo’ di croce e scarabocchiato un epitaffio pretenzioso: “Al colore del cielo che si riflette su tutti”. Poi una promessa, a sé stessa: “Nel mio viaggio la pietà la lascerò per gli animali”. Il telefono vibra dell’ennesimo “bip”. L’ha dimenticato sul letto. Intanto, nel parco il buio ha finito il suo lavoro.

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La stanza d’o scuru

Una folata di fumo. La fiamma illumina il nero vivo dell’iride. La palpebra si chiude appena. Un velo si leva come il sipario d’incenso in chiesa. Gli spazi sbagliati, le mani si muovono con lentezza. Il barone s’è alzato presto e invece dell’aria mangia il fumo…

Tra_donne_e_fumo - Sbrulli
Stefano Sbrulli, Tra donne e fumo, foto digitale, 60 cm x 40 cm, 2013

Mangia la montagna e gli aranceti, nella panoplia di verdi tutti azzimati per la festa di mezza quaresima. C’è il vociare di bambini troppo sani per il silenzio faticoso della campagna. Frasi smozzicate, rispetto, molte emozioni tenute a bada dai grembiuli. Non c’è tempo per pensare, i mezzadri odiano il barone e la moglie giovane, per questo colore di terra nera e piccoli roghi di sterpaglie, che stonano con la sicurezza di chi non chiede e prende. Il banchetto di verdure e pani, di uova e paste arriminate con lo sputo è già in preparazione dall’alba. Si ballerà fino a mezzanotte ognuno con la sua razza. Non si parla, qualche canto e molti rimproveri, lo starnazzare delle galline. Oggi non si scanna. Il suo tempo – quello del barone – è tempo di profumi di colonia inglese e sottane di femmine delicate. Tempo di conti e confini, tempo di vendite e baratti

La signora è bella, i contadini ne hanno timore, ma da quando c’è lei i campi fruttano e i raccolti si sono raddoppiati. Questa terra è uguale, sempre. Ferma con le montagne; brucia dentro e qualche volta sussulta come il petto d’una donna tisica. Ci sono trent’anni tra il barone e la sua sposa. Si dice che l’abbia vinta a carte a un nobile del continente, ma lei si è lasciata portare via senza una parola. Non parla la signora, scrive su foglietti odorosi di lavanda quello che le serve e legge in francese. Vesti di seta e pantaloni da uomo, libri e qualche rara visita. Il barone fuma e la segue con gli occhi. Una cosa preziosa che non si può possedere. Niente figli, questo è stato il suo prezzo. Questo dicono le mogli dei contadini che ricamano sul mistero che avvolge l’arrivo della signora.

Il barone è un uomo fermo come il sole a mezzogiorno, ha perso il padre e la madre da piccolo. L’ha cresciuto lo zio vescovo e da allora le feste eucaristiche sono bandite dalla cappella del latifondo. Un giorno lo zio venne a chiedere un favore, il barone lo ricevette scuro in volto e si chiusero per due ore nello studio. Don Michele, il vescovo, se ne andò maledicendo con l’anello vescovile che ondeggiava da destra a sinistra e ringraziando Dio che la progenie si fosse estinta. A nessun figlio del signore doveva essere dato il peso di crescere in una casa indegna del nome dei Favara Dalò. La casata è antica, il sangue inquinato dai matrimoni fra consanguinei, il contado tenuto a giogo da un’oculata amministrazione dei fitti e dei raccolti. Unica concessione del barone le feste conviviali, per accontentare la fede pagana inviolabile fra mezzadri e lavoranti stagionali. C’era un fratello, un Favara giovane, dedito anch’egli al gioco delle carte, con scarso successo e molte perdite, e al profumo di sudore e farina delle giovani villane, ma da dieci e due anni si sono perse le sue tracce. Si dice che il barone l’abbia spedito all’estero o, peggio, che abbia commissionato la sua eclisse, con il soldo o con il ferro, per proteggere il patrimonio ed evitare di sfamare un esercito di bastardi. C’è una stanza nell’ala nord dell’Addàura, una stanza proibita dove solo il barone può entrare e di cui solo lui possiede la chiave che tiene sempre al collo, anche di notte. Quando il barone si ritira nella stanza “d’o scuru”, la stanza del buio, come la chiamano i massari, nessuno può importunarlo. Ci resta tutto il giorno il venti d’ogni mese. Fino a notte fonda. Si vede solo il baluginio del lume dal lato del palmento e tutte le donne si segnano come se fosse in stretto convegno col diavolo in persona. La signora un giorno l’ha atteso dietro la porta e, da quel che si dice, per punire la mattana le ha sequestrato tutti i preziosi libri francesi per più di un mese, minacciando di darli alle fiamme. Il barone per San Giovanni, la notte del venti e quattro di giugno, riunisce i nuovi lavoranti e i figli dei contadini ormai uomini vicino ai falò e pronuncia la sua benedizione:

— “Questa è la mia terra, in questa terra l’unico dio che vale è quello che non parla ma vede tutto. Chi sbaglia assaggerà un inferno cchiù scuru d’a pici

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Sophie Jodoin, Vigil 1, conté sur mylar, 30.5 x 30.5 cm, 2009

Più nero della pece è l’inferno di quella stanza chiusa. Sullo scrittoio c’è il messale di Donna Matilde, con la sovraccoperta di seta marezzata e piccole rose secche fra le pagine dei salmi. Nello stipo segreto un fascio di titoli minerari delle zolfatare di Floristella e a destra dello scrittoio un armadio col pennacchio che monta lo stemma gentilizio. Nulla alle pareti, né un ritratto, né una foto. All’interno dell’armadio un vaso di vetro riempito di formalina con una testa dagli occhi chiusi.

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Sophie Jodoin, Happy hour, conté on mylar / conté sur mylar, 23 x 16.5 cm / 9″ x 6.5”, 2010

Collana Mille Porte , A & B Roma- Acireale, 2009. Sicily black, a cura di Antonino di Giovanni, Giacomo Alessandro Fangano e Rosaria Sardo, p. 168; ISBN: 887728211-8

Zone Temporaneamente Autonome

Non ho mai visto il deserto, ho provato però quello smarrimento. La sensazione di perdere il controllo, o forse qualcosa di più fisico. Il terrore, l’odore della paura, la vertigine di chi resta per la prima volta da solo con se stesso. La paura ha le sue secrezioni, ve lo giuro, quelle acri del sudore quando non è coperto da nessun tipo di deodorante

Ritirasi dalla lotta sociale, lasciare che gli ideali appartengano agli altri. Soprassedere sullo stato delle cose, passeggiando per le strade di un paese che non conosci, smettendo di valutare lo stato stesso delle strade; Le buche, la cartellonistica, la frequenza degli autobus. Coltivando il piacere di chiacchierare con gli sconosciuti, dentro un piccolo caffè nel quale a mezzogiorno le luci sono accese e il profumo di pane arriva nell’istante esatto in cui si aprono le porte della cucina.

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Ryan McGinley, Dakota (Hair), 2004

Perdersi. Perdersi è tutto quello che ho imparato. Conosco i miei limiti e li sfido. Fino a qui ho trovato il modo di salvarmi da sola. Così, attraverso New Orleans, con gli occhi di Shainee Gabel. Sento i versi di Robert Frost e rimpiango. Rimpiango e basta. I viaggi che non ho fatto, gli studi che non ho continuato, le città nelle quali non mi sono trasferita, le pizze che ho rifiutato di mangiare, con gentilezza. E non solo. Ma due strade non possono essere percorse allo stesso momento. Eppure si può lasciare che una gioia torrenziale ti inondi davanti a un unico tramonto.

La strada non presa

Divergevano due strade in un bosco
ingiallito, e spiacente di non poterle fare
entrambe uno restando, a lungo mi fermai
una di esse finché potevo scrutando
là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Poi presi l’altra, così com’era,
che aveva forse i titoli migliori,
perché era erbosa e non portava segni;
benché, in fondo, il passar della gente
le avesse invero segnate più o meno lo stesso,

perché nessuna in quella mattina mostrava
sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
dubitavo se mai sarei tornato.

lo dovrò dire questo con un sospiro
in qualche posto fra molto molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, ed io…
io presi la meno battuta,
e di qui tutta la differenza è venuta.

Robert Frost
(Traduzione di Giovanni Giudici)

The Road Not Taken

Two roads diverged in a yellow wood
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I –
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

 

Kent Haruf: ideali di fratellanza

Giacomo Verri Libri

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di Daniela Risso
Tra i libri della Trilogia forse Crepuscolo (NN editore, traduzione di Fabio Cremonesi) è il più intenso ed è quello che rappresenta di più la Contea di Holt. Un luogo senza tempo dove il massimo movimento è gestito dal vento, lo stesso vento dei romanzi di Caldwell, forse solo più freddo per ragioni geografiche. Un vento che genera quella polvere che toglie un tempo preciso allo svolgersi degli eventi. A Holt non è importante in che anno siamo, si comprende che sono tempi moderni solo perchè, nei momenti di violenza contro i più piccoli, esiste una Assistenza che se ne occupa. Anche nella narrazione della violenza, Haruf mantiene quel suo tono delicato, quasi dolce, quel pudore che viene rappresentato in forma alta da Raymond, l’uomo che tutti noi vorremmo come amico, come vicino di casa. Raymond incarna proprio il non tempo delle piccole città di provincia americane…

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The fireflies room

La prima volta i suoi occhi. Dopo poche ore avevo la bocca attaccata alla sua birra. Poi le labbra alle sue. Lui non lo avrebbe fatto così in fretta, non faceva niente in fretta. Quella notte entrai nella sua stanza e lui nella mia vita. Per sfasciarla

La camera era asettica, molto, troppo ordinata. Nessuna traccia di storia personale, non un segno di preferenza o gusto particolari: libri, riviste o foto attaccati alle pareti. Giusto un cartoncino a foggia di pinta di Guinness con le ali da pipistrello e altri due poster da salone di parrucchiere. Sembrava quasi che chissà quale straordinario segreto dovesse sgattaiolare fuori da un cassetto o da dentro l’armadio

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Raymond Depardon, Van-Tao, Vietnam, 170 × 247 cm, 1972. © Raymond Depardon — Magnum Photos

Mi trapassava con lo sguardo come fossi stata una creatura venuta da un altro pianeta, mandata apposta per tendergli la mano e trasformarlo in un essere umano invece che in un personaggio degno della migliore tradizione Harmony.

— “Puoi chiedermi ciò che vuoi, non approfittartene però

Mi sussurrava. Con una voce, una voce che faceva fremere le mie ossa.

—“Non mentirmi mai

Gli rispondevo. Emozionata e rapita come una liceale. “We are stoned, immaculate…, mi insegnò una poesia di Jim Morrison che era del Sagittario: “Il più filosofico dei segni zodiacali”. Il mio “Lucifero” invece era dello Scorpione, e il fiele dopo il miele non tardò a insinuarsi nelle pieghe del suo sorriso. “Sono un viaggiatore e non ho legami di sentimento…”; così mentre ci sbronzavamo beati, ingollando sorsate di Jd, cominciarono a serpeggiarmi intorno entità, echi di presenze, timori che ebbero modo di esprimersi in forma onirica già dalle prime notti trascorse insieme. Sognai un gatto nero che artigliava in profondità il mio petto. Vedevo Lucifero aprire il portafogli e tirarne fuori quattro foto tessera, di quella che mi indicava essere la sua donna; ancora Lui mi incatenava a sé in una improbabile quanto angosciante discesa giù per sulfurei gironi infernali. Non c’era luce, non c’era aria. Solo scale e miasmi…

'Village of the Damned' 2016
Clement Page re-pictures, Village of the damned, film (1960)

Tuttavia, lo seguivo incapace di oppormi. Non si voltava a guardarmi, come un Orfeo più ubbidiente di quello della tradizione. Scendeva, scendeva e basta. Il mio scatto lo svegliò: ritta sul letto, gli occhi sbarrati, ansimante, per nulla presente a me stessa. Gli parve lo osservassi nel buio. Perlomeno così mi raccontò il giorno seguente. Rimase interdetto ad aspettare, finché non mi fui tranquillizzata e sistemata al suo fianco. Una premonizione. Lucida e temibile. Una ragazza l’aveva, da lungo tempo anche. Altre, collaterali, servivano da corollario al suo modo di vivere sregolato. Sulla mia strada camminava un compagno che, per le esperienze condivise, avrei potuto considerare un marito. Lui, invece, non cedette subito ai miei inviti. Forse per sancire una distanza, tra me e le partite facili. Così l’amore lo facemmo con le mani e con le parole

Intanto s’era già intrapresa la sfida. l’altalenante gioco del destino. Dopo appena ventiquattro ore insieme. A colpi di dichiarazioni d’eternità. Il nostro incontro, alle 17: 10 di un mercoledì diciassette giugno, avvenne dopo la sua decisione che io, e precisamente io, sarei stata, a tutti i costi, sua. Furono forse i miei capelli rossi e la mia solitudine a farsi notare mentre arrotolavo una sigaretta di Golden Virginia, tabacco d’importazione, aromatico e umido. Io seduta in disparte, io che urlavo “prendimi”, e non lo sapevo ancora. Nemmeno adesso. Io in quella foto stampata nella testa, durante i festeggiamenti di laurea di un’amica. In via delle Bisce numero sei. C’era un prato che circondava la casa dove ognuno di noi, ancora ignaro dell’altro, varcava le proprie soglie.

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Yayoi Kusama, You who are getting obliterated in the dancing swarm of fireflies, Istallation 250 LED lights, The Phoenix Art Museum, 2015

Sull’erba umida per un acquazzone recente. Sorpresi dalle lucciole, brillavamo insieme a quella danza di piccoli, ardenti, struggenti, fuochi.