La guerra dei bianchi e dei rossi

Erano due famiglie. Una dei Bianchi: figli albini, capelli argentei, casa minimalista e terrore del colore; vissuto come una malattia contagiosa. I dirimpettai Rossi: capelli carota, viso rubizzo e cuperosico, screziato da efelidi

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Lisa Krannichfeldred, Red and mint, ink, watercolour, paper collage, and resin, 2013

L’unica figlia adolescente con labbra ciliegia e zigomi rosso rosati. La loro casa nei temi della cera lacca di Cina. Persino la Tv, da spenta, era incassata in un mobile a due ante, anch’esso rosso. Si ignoravano. I Bianchi taciturni, i Rossi ciarlieri. I Bianchi ecologisti, i Rossi sanzionati dal Comune a causa della spazzatura. I Bianchi amanti della musica classica contemporanea, i Rossi del Pop e della melodica. Finché Oliviero dei Bianchi e Bruna dei Rossi non si innamorarono e Bruna rimase incinta. Bruna era come un cespo di lattuga in un campo mentre i Rossi erano pecore al pascolo in lontananza. I Bianchi scampanellarono ai Rossi. Si accomodarono in soggiorno, inorriditi da tanta vertigine cromatica e attaccarono con la solfa della gioventù, e della avventatezza e cose di questo genere. Bruna doveva continuare a studiare, dissero i Bianchi. E il moccioso? Chi si sarebbe occupato del pargolo in arrivo? Replicarono i Rossi. L’atmosfera si stava arroventando. Arrivò un messaggio simultaneo sul Samsung bianco di Bianca dei Bianchi e sull’Iphone con cover rossa di Marzia dei Rossi: «Siamo via non aspettateci». Marzia dei Rossi bestemmiò. Bianca dei bianchi le disse di mantenere un certo contegno. Rosso dei Rossi, padre di Oliviero, disse: «Conte che?». Volarono parole rosse come aeroplani di carta bianca. Le gote dei Bianchi s’imporporarono. La faccia dei Rossi sbiancò.

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Fai quello che cazzo ti pare ma portami sempre con te

“Le auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono le più importanti: l’amore e la libertà”

(Stig Dagerman)

Vivo in una piccola città. Anche i muri hanno le orecchie. Bisogna stare molto attenti a chi si fa una confidenza o a mostrare cambiamenti nell’aspetto. Quando cammino per la strada, se mi sono truccata in velocità e incontro le amiche di mia madre, subito mi chiedono: “Ma stai poco bene?”. E mi infastidisco, perché non mi va che le persone sappiano cosa penso

Noi ci vestiamo tutti uguali. Compriamo le cose che indossiamo negli stessi negozi, che stanno nel centro commerciale a due chilometri dalla fermata del tredici. Certe sere, dopo il lavoro, vado a fare una passeggiata sotto i portici del centro commerciale del quale ho parlato. Ci vado spesso, visto che ci lavora un ragazzo che mi piace. Mi fermo davanti alla vetrina di fronte alla sua. Lo vedo riflesso e studio le sue espressioni facciali. Ma lui non si è mai accorto di nulla. Non si è accorto di me. Questo ragazzo è molto carino ed è pure fidanzato. Però da qualche tempo litiga spesso con la sua tipa. Lo vedo dal riflesso: prima di chiudere il negozio le telefona e discutono. Si fa scuro in faccia e stropiccia le guance e la fronte. A me piace uguale, perché è così bello che quando si arrabbia riesce quasi a sembrare più maschio. Ha gli occhi azzurri e la barba bionda. Se poi è proprio imbufalito, gli spuntano le lentiggini sul naso. Non sono mai entrata nel suo negozio che, fra virgolette, è di telefonia ed è in franchising.

… E la venne a prendere per fare un po’ di primavera e nella mente ripeteva le ultime parole che aveva letto su un libro svedese

Mi immaginavo che andasse così. Come nei film  che si guardano nelle giornate di pioggia. Ché fuori non c’è niente. E in quei venti minuti di oscurità arrivano brutti pensieri. Da prima. E li devi scacciare

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Gottfried Helnwein, Anna, 160 cm x 109 cm, oil and acrylic on canvas, 2010

Per esempio, i miei compagni di scuola che non mi parlano. Fanno finta che non esisto. Io li chiamo e loro non sentono. Non ascoltano neppure se mi avvicino. Arrivano, di tanto in tanto, questi pensieri che non so più se sono veri o la mia mente li ha inventati. Ma io non voglio dargli soddisfazione a queste voci nella testa. Io voglio andarmene via. Con lui. Lui per me è tre metri sopra il cielo. Sta fra le stelle che vedo di notte. Così lontane dal mio quartiere puzzolente, con i gabbiani che mangiano la spazzatura e uccidono i piccioni sui tetti delle automobili.

Mia madre prepara sempre quelle stupide patate bollite con il prezzemolo e l’aglio. Ma io resisto. E ti penso. Tu stai per andare via quindi…

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