Aperto la notte

Sì. Volevo chiamassi. I poster non mi piacciono

I poster?

Le cose inutili e lontane

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Celia Boltansky, historic alternative photographic processes

Un mistico indiano sostiene che le relazioni sono i dati dei quali disponiamo per fondare la realtà. Sui rapporti di interdipendenza è in bilico il mondo che pensiamo reale. Nel fondo delle nostre cariche di elettroni siamo, infatti, vuoti. Del tutto inesistenti. La città dove vive è piena di luci. Non tutte incantevoli; non tutte abbaglianti. I circoli si accendono di inviti e la più grande preoccupazione è come vestire e quale dono portare. Un ballo frenetico cui la visuale migliore appartiene alle dame sedute nell’angolo, che osservano la sala e annuiscono. Quando torna a casa, nel suo letto che occupa tutta la stanza da finto albergo, si chiede se toccarsi sia triste o l’unico modo per fare l’amore. In questo periodo dell’anno conta i ‘morti’ sull’agenda telefonica. I rapporti rotti a causa sua o degli interessi che non si incontrano. Vorrebbe avere a disposizione un modo per stare dalla parte del giudice, dell’imputato e di dio. Perché solo dio può sentenziare, forse anche assolvere, non lei. Anche volendo non desidererebbe essere dio davvero, giacché lei stessa è stata sottoposta a processi e lasciata digiuna a osservare piatti di carne che non voleva mangiare, finché non si fosse arresa a farlo

Quindi si appresta a scrivere una lettera di richiesta di perdono. Perdono da quelli che l’hanno amata un po’ e lei ha rifiutato. Perdono da quelli di cui si è vendicata e non lo meritavano. Perdono da chi ha allontanato con severità. Perdono per non avere ricambiato come sarebbe stato giusto. Perdono per l’Io della cattiva e perdono per quello della vittima. Perdono per avere manipolato, rifiutato e vomitato ingiurie. Perdono perché non è così che si crede nella reincarnazione e nel karma cattivo, anche se il debito, con alcuni, c’è e lo vedi. Perdono per avere bevuto troppo o niente. Perdono per avere taciuto le offese e per averle inferte a chi non le aveva arrecate. Perdono per non avere tenuto saldo un cuore al suo, perdono per avere scelto organi marci che hanno infettato quello che di buono aveva in serbo per la volta dopo. Perdono alla bambina che alberga dentro l’ultima stanza della casa, quella dove nessuno vorrebbe stare, perdono perché non la va a salvare, né a trovare, che di rado. Perdono a chi non c’è e non potrà sedersi con lei alla tavola della festa. Perdono per un altro addio che non avrebbe voluto pronunciare. Mai più mai più

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Escapismo

« Era meglio quando ci drogavamo » dice un uomo alto e stazzonato. Sembra Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte di Signac. Non c’è la Senna ma una piscina coperta e gli ulivi centenari censiti

Maurizio Anzeri, family album, 2014
Maurizio Anzeri, Family album, 2014

 

Due palloni. Due fratelli, uno di sei anni si è pisciato addosso perché non aveva voglia di arrivare fino al bagno, dice sua madre. « Gli ho tolto la Play Station e il telefonino per questo », aggiunge. Anche gli adulti giocano e ridono fuori, ma è un modo di esprimere gioia adatta a essere mostrata sui social network. Si conoscono da ragazzi e un paio di volte l’anno. Mangiano, bevono e sono curiosi di scoprire quanto sono invecchiati e se i difetti fondamentali sono rimasti gli stessi

Alcuni sono obesi, prendono farmaci per impedirsi le dipendenze ma hanno raddoppiato lo spessore fisico della tristezza, che parla dall’adipe. Le donne del gruppo sono in forma, tranne una che ha avuto un male alla testa. Molte sono sole. La luce svela cose che il trucco dissimula. Sono le donne ad apparecchiare e sparecchiare. A chiedere di chi sei fidanzata o moglie. Come cento anni fa. Gli uomini discutono di calcio, alcol, tatuaggi, poca politica, un po’ di illazioni sulla fica; ma poche che ci sono i bambini. Quelli sopra i cinquanta e fino ai settanta stanno in disparte, insieme a loro pochi adolescenti, due gatti e un Cavalier King pezzato nero. « Non ho mai bevuto il vino con l’acqua » dice una ragazza curva e dentona al ragazzo flaccido che mette alcuni cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere. «Non è acqua, ci vuole un po’ prima che il ghiaccio si sciolga» risponde lui. Ci sono loro e il prato, loro e il glicine, loro e la vallata. Poi arriva la sera. E il paesaggio scompare.