L’aureola

L’aureola è un #racconto misterioso e inquieto di Anita Tania Giuga scritto con notevole cura, dallo stile minimale molto ponderato e misurato ma sempre sul punto di esplodere.Tutto questo in #Miedo_a_las_alturas – rubrica/laboratorio di #horror e #fantascienza e altri #mostri di CrapulaClub curato da Antonio Russo De Vivo

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M. Kardinal, Untlited, digital collage, 2016

Qualche volta la casa diventa un essere che decide. Si sente il tramestio dei topi che attaccano la coibentazione del tetto. I rami dell’unico albero battono contro la finestra dell’abbaino, creando un effetto simile a quello di qualcuno che bussa su un vetro con le nocche. Nel buio avverte contatti. Carezze. Onde di calore che s’irradiano in modo concentrico. Una mano smuove l’aria intorno a lei. Suggestioni. Alleggerite dall’attesa  dell’ospite

http://www.crapula.it/laureola/

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Troppo corpo

Avete troppo corpo, negato
Dietro l’esultanza della prossima meta
Una fame che il verso non estingue
Figli della Luna
Madre unica dea
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Ryan Mendoza, What was not known will also be forgotten, 100 x 150 cm, oil on linen, 2010
I fiori amati non possono essere colti senza appassire
Voi ne piangerete
E vi dispererete
Il giocattolo oscuro risponderà ottuso
Anzi: starà in posa al suo destino

Mirko Bay, All on Board

Ecco, ci sarà il canone, Carver, la Davis, Dubus, ma questo mi emoziona. La lingua, le immagini, persino non capire bene il chi e il cosa , se non la violenza. La fine. La morte ha sempre ragione. Me l’ha mostrato senza raccontare

Poetarum Silva

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Mirko Bay, All on Board

L’ho saputo soltanto alla fine, io. È sempre così. Anche se le cose le sai all’inizio, significa che l’inizio è comunque la fine. Si chiama Terapia-Dialettico-Comportamentale. E allora tutti in carrozza: All on Board, vai Ozzy! In realtà è un insieme di cazzate su come accettare il fatto di star male, su come avere pensieri positivi, capisci? Vogliono che mi passi. Io non voglio che passi. È l’unica cosa che mi dà l’illusione di avere una scusa. Mi ci sto ustionando il cervello come se stessi sbattendo la testa su una pozza di bitume incandescente. Dovrei, ma non ho iniziato. Non mi va. Lo ricordi Edmond? Beh, ora mi dici cosa gli avete fatto, o ti rompo il culo. Piove, oggi ha piovuto. Oggi piove come non pioveva da tempo. Come piovono i pensieri. Sento le emozioni che mi…

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Viva

Ardore’ e ‘freddezza’, messi insieme, danno ambiguità: vissuta drammaticamente, ma senza esplicito conflitto. Ambiguità fissata dunque nel simulacro dell’enigmaticità

[Pasolini P.P. (1998), Tutte le opere, Romanzi e racconti , Vol. II, Milano, Mondadori, p. 1740-41.]

Gli uomini si suicidano come se andassero in guerra. Si sparano in bocca, s’impiccano, si danno fuoco, si recidono la carotide, si schiantano in strada. Qualche volta si perdono e scompaiono. Pensa al David Foster Wallace fotografato vicino a un cactus, un saguaro, nei dintorni di Tucson. Quando Bill Katovsky intervistò Wallace per Arrival all’inizio del 1987 intitolò il suo pezzo «Impiccalo più in alto», in omaggio all’omonimo film con Eastwood, celebrando l’amore del giovane scrittore per gli spaghetti western, nella certezza del suo futuro successo

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Gina Pane, Constat action for azione sentimentale (sentimental action), 1973

Quella divenne, per forza di cose, una profezia e macabra. Le donne, invece, le pareva optassero per soluzioni meno cruente: i barbiturici, il taglio delle vene, il volo dalla finestra, qualche volta anche l’impiccagione. Vuoi mettere il martirio: il trucco a posto e il corpo che si rompe dentro. La vittima ha la preoccupazione di finirla con la sofferenza e nel farlo non intende aggiungere nemmeno un grammo di ulteriore dolore fisico. Per non guastare l’espressione di chi non si capacita di essere arrivata a riva, nella quiete. Lo spettro malevolo, il nemico che abita la mente di superficie, la fissava dall’angolo della stanza, dal fondo del letto, dal silenzio della casa del mare a mezzogiorno, sussurrando un addio narcotico come il minuto che precede il sonno. Non lo fece. Non si uccise. L’idea però le era di sollievo, come accade all’incompreso che immagina i genitori al suo capezzale, pentiti di non averlo capito abbastanza. Si guardò allo specchio, al ritorno dalla festa. Era annoiata e le facevano male i piedi. Doveva struccarsi e non le andava. Si guardava e vedeva lo specchio appannato; Si passò il latte detergente sul viso, insistendo sugli occhi, per togliere il mascara, a memoria. Strie nere le colavano sulle guance. Compiva gesti del tutto meccanici come quasi tutti quelli che arrivano alla fine della giornata e non ricordano niente di quello che è successo nel frattempo. Sapeva che attorno alla bocca si era formata una piega, in mezzo alla fronte due rughe da miope. Smise. Un colpo e via. Pensò alla conversazione che aveva intrattenuto nel pomeriggio con la madre. Le aveva chiesto se Lui, durante la gravidanza, le avesse mai accarezzato la pancia, avesse ascoltato i suoi calci. Sorrise sotto le coperte, nel tepore della notte. La madre, comunque, le aveva risposto di no

 

Tuo padre non era così eccitato all’idea di diventare genitore, aveva detto. E io non sapevo se tenerti, aggiunse. Non c’era nulla di speciale, nulla di così straordinario, per nessuno dei due, disse.

Le cose stavano così. Si erano fatti piacere la vita stabile degli anni ’70, con le cambiali per il mobilio, la Seicento Fiat verde ospedaliero e i Sacrifici. Per pianificare e dirigere il progetto di una genesi minore in faccia al futuro. Classe dipendente di travet, imbrigliata dalla povertà della generazione precedente, in collaudo sul fondale di esperienza e ripetizione. Sono andato nel bosco e ho visto i castori accoppiarsi e figliare, facevano altri castori, aveva detto Nino Manfredi in Per grazia ricevuta. Bisogna pure sistemarsi da qualche parte. Cosa ne potevano sapere a trent’anni che si muore. Si lascia tutto senza salutare, senza né una malattia, né un motivo. Che si abbandona la Seicento multipla parcheggiata in un cortile per dieci anni finché lo sfasciacarrozze non viene  e se la porta via.

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Michal Chelbin, Strangely familiar, 2015

Lei, era chiaro, stava attraversando una fase, iniziata nel periodo appena precedente la laurea. Ventisette anni e uno smarrimento. Credeva di essere una specie di superstite che dragava il fondo del baule di famiglia. Con qualche incidente di percorso. Nient’altro che il solito contrattempo sentimentale delle donne ambiziose che non volevano rinunciare a uno che le accarezza e giura loro di amarle e le chiama con nomignoli stupidi e così si fa perdonare tutte le cazzate, compreso il fatto di chiedere un sostegno economico.

Si affacciava la vita di quelli che smettono con l’orario delle lezioni e iniziano ad avercelo per il lavoro. Orari, una vita di numeri e minuti per perdere o vincere un posto nel quale sistemarsi. Consultando l’I Ching, l’oracolo cinese, c’era stato per lo meno un segno. Dopo i sei lanci delle tre monete, il responso era stato sorprendente. Aveva meravigliato sia lei sia i suoi compagni d’appartamento. La sentenza riportava che avrebbe completato “Ciò che il padre aveva lasciato in sospeso”. L’immagine, in altre parole la parte introduttiva del diciottesimo esagramma, ha per titolo L’Emendamento delle cose guaste. Suo padre era annegato a ventisette anni. Pochi mesi prima di consegnare la tesi di laurea. A un mese esatto e alla stessa ora della sua nascita. Era annegato in circostanze poco chiare, c’era stata un’indagine, non avevano trovato acqua nei suoi polmoni e i pesci se lo stavano mangiando. Coincidenze? Può darsi. Jung li avrebbe chiamati eventi sincronici. Fatto sta che il vaticinio del lancio delle monete le provocò costernazione e anche un moto d’orgoglio. Si mostrava la trama di un destino e di un’appartenenza, finalmente. Un elemento di cui sentiva il bisogno. Fu il post lauream, a spedirla nel limbo. Quella terra senza merito che, con la lunga dilazione che l’aveva trattenuta in un altro tipo di grembo, credeva di poter raggiungere il più tardi possibile. Un accesso di pianto la colse ore dopo la seduta e si prolungò per giorni. Il mondo di prima non era stato una passeggiata, tuttavia riservava qualche soddisfazione. Uno psicanalista le avrebbe confermato che, portando il nome di suo padre, una parte di lei non poteva accettare di essere al mondo oltre quell’età. Dalla possibilità di incontrare quel padre giovane e spericolato. Essere viva era una specie di tradimento. Un’inversione nelle cose della natura. Diventare più vecchi dei propri genitori era orribile. Come si aggira questo ostacolo? Dando spazio a un fantasma burlone che mette i prosciutti nella valigia di sua moglie durante il viaggio di nozze? Ripetendo a memoria la scena del tavolino della bisnonna che si muove trascinato da uno spirito guida e risponde alle perplessità sul matrimonio e prefigurando, forse, il lutto a quel padre così giovane da commuovere. Lo stesso uomo con i baffi e gli occhi verdi che fissa la cinepresa nel giorno delle nozze e indica la fede con l’altro indice quasi a volere suggerire il fatto di essere ormai incastrato. L’immagine e il suo doppio. Quello interno e quello esterno. Il vivo e il morto. E allora? Nulla di eccezionale, disse a sua madre. Sono in lite con i soliti pensieri.

Periferia

Siamo in periferia, con le frasche fra i denti e le lingue impelagate in travasi di bile. Io, detta freak. Per le note di colore orientale che punteggiano il mio metro e mezzo di statura. E Betty. La vamp, la pitonessa. Testa rasata e il fondo schiena più appetitoso del pianeta

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Jeanne Ménétrier, Vanished woman N° 3, 2016

Noi, insomma. Inguainate nelle giacche della Montagnola – usato garantito -, che il vento penetra come un coltello arroventato il burro.
Troppo freddo. Ci assale alla gola. Le parole si cristallizzano in nuvole bianche e dense. Gli uomini!, dice lei.
Gli occhi sgranati da Kaa, serpente incantatore di Kipling. Il trucco da abbordo e le labbra piegate all’ingiù. Dopo un sospiro profondissimo.
Gioco con la mia fischermannmentaforte. La rotolo tra le dita, la poggio, tenendola tra indice e pollice, sulla lingua e la spingo piano contro il palato. Vorrei sguainare una frase snella. Di quelle che si scolpiscono nella memoria e, in fine, diventano leggenda metropolitana. Intere generazioni di freak chic che ne parlano per decenni, mi glorificano, alzandomi la statura di venti centimetri, e così via. Mi viene fuori un Mah!
Lapidario e polisemico. Nero denso. Strabuzza gli occhioni l’ofide, e sillaba un enigmatico Boh!, per tutta risposta

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Ulla Jokisalo, Just like Eva, cut-out pigment print and pins 58,5 x 42,5 cm with frame unique, 2015

Camminiamo fino al bar più vicino. Coperte, si fa per dire, da quelle stramaledette giacche di cartone, che difendono a malapena dall’umidità padana. Scappo a casa, dico. Ho voglia di ricantucciarmi in tana. A guardare il tetto con un libro. Dormo da sola.
Ciao