Nemico (e) Immaginario

«I Veri Zombi non hanno nulla di esteriormente orribile o mostruoso, ma hanno parvenze umane. Sono umani. Gli zombi siamo noi, l’umanità 2.0. Questi, i principali tratti distintivi: indifferenza agli stimoli esterni, assenza di volontà, di emozioni e di senso critico, istinto cieco ed egoistico di sopravvivenza, automatizzazione dei gesti e dei comportamenti, decervellamento, deresponsabilizzazione, conformismo, eterodirezione, smarrimento del senso del reale» ~ Livio Marchese

Enrico Sanna

Processi di zombificazione ed umanità 2.0

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Di Gioacchino Toni

«I Veri Zombi non hanno nulla di esteriormente orribile o mostruoso, ma hanno parvenze umane. Sono umani. Gli zombi siamo noi, l’umanità 2.0. Questi, i principali tratti distintivi: indifferenza agli stimoli esterni, assenza di volontà, di emozioni e di senso critico, istinto cieco ed egoistico di sopravvivenza, automatizzazione dei gesti e dei comportamenti, decervellamento, deresponsabilizzazione, conformismo, eterodirezione, smarrimento del senso del reale» ~ Livio Marchese

In diverse produzioni audiovisive recenti il genere zombi sembra essere giunto al capolinea nel suo girare a vuoto e preoccuparsi, quasi esclusivamente, di forzare sempre più i limiti della rappresentazione dell’Orrore perdendo per strada alcune caratteristiche di critica radicale presenti nel genere sin dall’inizio. Livio Marchese nel suo breve saggio “La fabbrica degli zombi: da Caligari al Grande Fratello”, contenuto nel volume AA.VV., Critica Dei Morti Viventi. Zombie e cinema, videogiochi, fumetti, filosofia(Villaggio Maori…

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Rovine

Un rivisitazione narrativa della ricerca di Silvia Camporesi e della sua indagine sui borghi abbandonati in Italia, con la croce di sangue di Serrano che fa da pendant

Molti luoghi, ho capito a mie spese, erano solo macerie. A me invece interessavano le rovine

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Andres Serrano, Blood Cross

Posti disabitati che raccontassero ancora qualcosa della loro storia. Me ne ero interessato già in anni giovanili, poi fui costretto a lasciarle in quel tempo che non è più accessibile. Pochi mesi e persi l’innocenza. Io e i compagni di quella strana indagine.
La differenza tra maceria e rovina credo stia nella possibilità che i resti di una forma anteriore possano raccontare qualcosa di sé. La rovina è, di fatto, un elemento di testimonianza

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Silvia Camporesi, Senza titolo, 2016

Alcune immagini, ad esempio, raccontano la storia dei processi a mafiosi e brigatisti. Il loro letterale isolamento è un’idea quasi di espiazione. Questo diario quindi ha valenza di documento, per quanto siano altri, un altro, a raccontare di me.
Forte del rapporto fra il non più e il non ancora, ho costruito una mappa dei beni perduti. Un reportage artistico che ha attraversato tutte le stagioni e ha trovato il sostegno degli sconosciuti, estimatori del metodo di ricognizione libero, come le macchie nel test di Rorschach. Ho dovuto effettuare un lungo lavoro di scrittura e post produzione della memoria, per ottenere il pieno controllo sulla luce. Sul dolore. Sulla distribuzione dei luoghi-fantasma. Disabitati e perduti. Città abbandonate, che scompaiono e hanno bisogno di essere rianimate. Per fare ciò, sono ricorso a una modalità retrò, ottocentesca, quasi nostalgica: scrivere e disegnare a mano, in bianco e nero, ritoccando l’immagine con i pennelli. Mattone dopo mattone; screpolatura dopo screpolatura. In questa ricerca convergono il concetto di obsolescenza del paesaggio della memoria con quello delle differenti possibilità del medium rappresentativo. La nostra storia ci guarda, apre delle domande, si costituisce fulcro dell’identità. Quel che fa soffrire maggiormente gli uomini sono le radici. Radici che talvolta tentiamo di recidere e innestare nuovamente, tra polvere e ghiaccio. Da questo punto in poi, sono stato in grado di prendere le distanze dal semplice luogo fisico in cui la piega della mia storia è diventata un trauma, un oggetto sepolto e non più rinvenibile. Allontanandomi a sufficienza, tanto da abbracciare il paesaggio nella sua interezza, e non più solo la rovina che vi è collocata. Così, e solo così, mi è stato possibile cominciare a provare sollievo. Così, spero di essere riuscito a restituire dignità a ciò che si è perso.

Avidità

Il mostro ha mangiato il suo corpo. Gli è rimasta solo la testa, che non può divorare se stessa

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Annette Messager, My Vows

Sono dentro una cella. Ci sto da un poco di anni. La porta è aperta, i secondini fanno la siesta ma non me ne vado. Ho il cuore gonfio perché non ispezionano, non si curano di controllare. Sorvegliano per una questione di ruolo e di statistiche. Devono riportare i miei movimenti a un direttore che non ho mai incontrato. Io non mento, l’ho fatto in passato. Tante volte. Questa volta potete credermi: in questa cella sono io a non uscire

Dio mi guarda e potrebbe infliggermi una pena misteriosa. Peggiore della permanenza in un luogo grigio. A dire il vero sono costretta a contenere le reticenze per evitare l’aggressione, l’umiliazione del rifiuto del padre supremo. Quel padre che con il libero arbitrio ha rotto il cazzo. Non siamo liberi, possiamo scegliere la prigione di fuori o la prigione di dentro, capisci?Forse merito le sbarre, le sentinelle, la sbobba e il resto. Come è giusto che qualcuno mi raddrizzi. Una spallata qua, una sculacciata là. Fantasie, o sragionamenti. Mi metterò l’anima in pace, posso ancora resistere; in fondo ci si adegua, si congela il congelabile. Non sono che bizze, capricci. Sto bene, sono in gran forma. Cambio i poster, abbraccio la gerbera. Le rovine mi tranquillizzano. Gli spazi perimetrati, due per due, mi consolano. È necessario senta l’universo perduto, l’insulto scagliato in faccia alla guardia in procinto di ridurre in poltiglia il mio naso, o la sedizione fra compagne e l’occhio nero che qualcuna potrebbe farmi. Se proprio voglio avere l’ultima parola, qualcuna qui potrebbe non gradire. Passa anche questo. Torna la nuvola sul rettangolo del cortile. E poi di nuovo il sole

L’educazione fisica dei ragazzi

Una provincia indefinita, quattro ragazzi di estrazione sociale affatto simile diventano inseparabili. La fine degli anni ’80 e la grande illusione di un benessere duraturo. Accade che in queste pagine nulla e nessuno sia come sembra. Così, perdere l’innocenza significherà confrontarsi con la morte e con un dio di provincia che non salva. Da qui, l’arrivo di una maturità violenta che impedirà ai partecipanti di questo racconto corale di dimenticare

 

Nell’intimità

Le mani dell’uomo che chiama a sé faticano a essere intime. Lui vede un vetro, lei un riflesso. Il suo riflesso. Si vergogna e non raggiunge l’altezza della vita. Potrebbero strisciare altre carezze, se solo non ne impedisse il calore

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Dennis Del Favero, Untlited

Così, le sue mani si ritraggono, ragni, trovando il posto occupato. Aspetta. Prima di nascere non voleva uscire, il cordone avviluppato sette volte al collo, per intuizione del futuro. È un ostacolo correre così, da una parte all’altra, in ogni direzione. Un’ombra finisce per conquistare il Tempo ma non la redenzione, la meta che ha bisogno di uno scopo. È concesso annuire, rendere molti servigi, captare la benevolenza, esplodere solo di domenica

La mente contraddice. Di tanto in tanto lascia stare i dibattiti, per fortuna. Siete tutte sorelle, dice. Non avete che madri, puntualizza. Non hai nulla da invidiare a quelle, aggiunge. Una porta chiusa, una chiave rotta, i due emisferi: il sinistro conteggia, il destro tace. Le preghiere inducono speranza ed errore. C’è un incanto che qualcuno spezzerà. Dopo sette generazioni.
La vorrebbe solo sua. No, non proprio. Qualcuno verrebbe qui, a bussare. Salirebbe un’onda vischiosa. Oltre la trachea e attraverso l’iride, in direzione della fovea, nel punto cieco. A impedire che il presente sia la somma di tutti gli atti che lo compongono. Restate tutti là, fermi, per favore. Deve scattare il ritratto di famiglia e se vi muovete non viene bene. Domani si sciacquerà e rimuoverà il vostro strato sotto l’acqua tiepida.