Pesci volanti

Trovare un’azione che non sia automatica: parlare, scopare o innamorarsi (Ex Machina, Alex Garland, 2014)

Al bambino radioattivo: l’arte resta nonostante gli umani una forma imperfetta d’amore

« Dobbiamo abbatterlo », aveva detto il veterinario

Untitled by Simon Stålenhag, 2016
Untitled, Simon Stålenhag, 2016

Il cavallo aveva saltato male una roggia e si era fratturato l’omero. Lui gli aveva tenuto la testa che penzolava sull’acqua del fiume, fino alla fine.
Così, lei non l’aveva perdonato e lui nemmeno. L’acqua scura con i pesci volanti. Un’intera notte abbracciata a un uomo che non conosce. Le dita di lui sulla sua schiena e sull’areola del seno e poi strette intorno alla gola. Eppure non sentiva freddo o paura. Tenuta forte per non annegare. L’aveva sognato qualche notte prima. Nella dimensione onirica vedeva con una certa frequenza l’acqua. E il piano astrale che compensava le perdite con la stessa puntualità. Riallineando quel territorio dentro il quale gli esseri viventi sono cellule, atomi, croste che galleggiano, in un flusso di visioni, suoni e intermittenze. Solo nel sonno la sua anima riconosceva la strada per tornare al buio e non perdersi

Aveva pagato il cavallo con la riscossione del premio assicurativo, un anno esatto dopo l’amputazione del piede destro. Non era un esemplare memorabile, però lo aveva isolato subito nell’allevamento, come si adocchia il piccolo danneggiato di una cucciolata. Per somiglianza, chi può dirlo, con la parte in collera che non accettava la protesi. La sua nuova vita era iniziata da quel baio e ora si chiudeva un paragrafo con il suo sacrificio. La permuta tra la sua libertà e la morte di un rapporto danneggiato. Tutti e tre loro erano danneggiati e ora bisognava ricominciare. Aveva perso il cavallo e quello che doveva essere il compagno. Lui non la vedeva così: com’era naturale, preferiva salvare se stesso alla prospettiva di considerare il male inferto. «Non voglio sprecare la mia vita con una che mi mette sullo stesso piano del suo cavallo. Punto », aveva detto.

Secondo Platone Klêros è la “parte nel mondo” che le anime decidono prima di incarnarsi. Da questo punto di vista scegliere il proprio Klêros è indirizzare la propria sorte. Il cavallo aveva scelto di essere suo per avere l’amore che si può sperimentare quando la fiducia non è ostacolata da nessun tipo di pregiudizio. L’aveva scelta per vivere e anche per morire e, in un certo senso, per essere ricambiato con quello stesso amore.

« Guarda com’è pulito il cielo »

« È bello. Pensa di più a te però…»

« Ci penso a me »

« Non mi pare »

« A te non pare ma è così… »

In realtà l’ostacolo non era la leggerezza di avere guidato il cavallo verso il pericolo. Il casino era quell’altro uomo del segno dei Gemelli, quindi doppio e imprevedibile, dentro la testa del suo ex. Quell’omuncolo arido che lo guidava in segreto e gli confondeva i pensieri. L’uomo che beveva una bottiglia di anisetta in un’ora, quando stava da solo. L’essere annoiato che aveva perso qualsiasi interesse per il sesso, se si escludevano i selfie osceni delle sue amanti sposate, che gli mostravano l’oltre delle mutande e i buchi più stretti. Dopo la seduzione c’era il vincolo, le pretese e la ripetizione delle scene iniziali; il graffio sulla superfice sotto la quale si nascondeva altra superfice. In quell’ombra era crepato il cavallo e con lui ogni prospettiva di relazione stabile.

Nell’universo doppio, sulla strada non scelta ma reale come quella già imboccata, c’era l’uomo a due teste che aveva portato il suo cavallo al mattatoio.

Aveva seguito l’autocarro in stato di trance. Trasfigurato. Lei nella sua automobile speciale, dietro. Sia chiaro, non aveva mai visto l’uomo segreto emergere dalla nebbia con tanta nitidezza come in quel frangente. In sei mesi era stato comunque un re vittorioso; l’amante che dipingeva di rosso le unghie della sua protesi.

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Scrivimi, cazzo!

Scrivimi, cazzo, e perdona questo tono, ma non sai la voglia che ho di abbassarti gli slip (rosa o verdi?) per darti una scarica di quelle che dicono ti voglio bene ti voglio bene a ogni frustata.
(Julio Cortázar a Alejandra Pizarnik)

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Quanto è facile tacere, essere calma e obiettiva con gli esseri che in realtà non mi interessano, al cui amore o amicizia non aspiro. Allora io sono calma, cauta, perfetta padrona di me stessa. Ma con i pochissimi che mi interessano … Lì sta l’assurda questione: sono un tumulto. Da lì proviene la mia assoluta impossibilità di sostenere l’amicizia con qualcuno mediante una comunicazione profonda e armoniosa. Tanto mi do, mi affatico, mi trascino e mi sfinisco che non vedo che l’istante per potermi liberare da questa prigione tanto voluta. E se non giunge la mia stanchezza, arriva quella dell’altro, pieno di astio per tanta esaltazione e presunta genialità, e se ne va in cerca di qualcuno che è come io sono con la gente che non mi interessa.
(Alejandra Pizarnik)

Nel cassetto c’era di tutto. Foto, mollette da bucato, post-it con appunti,  biglietti di cinema e concerti, ciproxin, matite, vecchi telefoni, caricabatterie spaiati. Lasciò scivolare in quel casino due righe d’addio

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Martin Creed, Still from Work No. 610 Sick Film

Dormiva, agitata. Se qualcuno l’avesse sorpresa avrebbe pensato che aveva la febbre. Il ritorno era stato l’elaborazione di una fine senza inizio. Dov’era l’acqua ferma e serena? “Che cazzo fai!!” aveva urlato, ma quello era scivolato dentro l’androne e le aveva sbattuto la porta in faccia, lasciandola fuori con il bagaglio. C’era stata una mostra la sera prima del ritorno e l’ansia da stage le stringeva ancora la gola. Rovistò nella borsa e intanto il cellulare le cadde a terra e lo schermo si scheggiò. Grosse lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance. Aveva la faccia paonazza, i capelli elettrizzati dall’umidità e macchie di rimmel sotto gli occhi. Aprì il portone e lo mollò con violenza alle sue spalle. L’ascensore era bloccato a chissà quale piano, quindi dopo dieci minuti d’attesa cominciò a salire con il manico superiore della valigia stretto con entrambe le mani. Lo sentiva ancora dentro, come se non avessero finito e lui non fosse uscito fuori da lei, dalla sua vita, dalle sue prospettive, dal centro delle sue gambe. Nel calore artificiale della stanza in condivisione sognava scatti pornografici. Quelli che si erano scambiati in chat. Gli urlava di cancellarli, intanto che diventavano giganteschi, in un cielo da obitorio. Lui le rispondeva di aprire meglio le cosce. Un po’ di più, ancora, dai… non fare la difficile.

Chicken Piece

Si avvicinò alla porta. Passò l’indice su una venatura del legno dal quale la vernice si era staccata. Fuori pioveva da due giorni. Non aveva voglia di uscire. Il pavimento sotto le suole di gomma era appiccicoso. Suonarono, non si sentiva nulla fuori. Soltanto lo scroscio dell’acqua. Restò attaccato al citofono, in attesa. Concentrato e con la fronte corrugata. Sotto la pioggia c’era l’altro. Entrambi sapevano perché restavano così, con l’atmosfera a due diverse intensità di umido che li avvolgeva dalle parti opposte della pioggia

Ana Mendieta, Chicken Piece, 1972

«L’hai fatto?»

«Non sarei qui»

«Giusto»

«Come stai?»

«Bene»

«Ti sei cambiato?»

«Sì»

«Che aspetti a uscire?»

«Aspettavo te»

Il sole non aveva finito di asciugare i pantani disseminati per le strade secondarie. Molte automobili splendenvano, imperlate come enormi frutti caduti da nuove specie d’albero. La città ricominciava a sciamare, rapida e indifferente. La polizia arrivò a sirene spiegate e il commissario superò il portiere senza guardarlo. Le scale erano malridotte e l’ascensore troppo stretto. Gli appuntati salirono in fila indiana, lasciando qualche impronta d’anfibio.  L’ingresso era pieno di sangue e cenere d’appertutto

«Non toccate niente!»

«Dov’è il corpo?»

«Non c’è…»

«Si sieda…»

L’uomo si sedette e il commissario notò che non aveva sangue sotto le suole, nonostante la stanza ne fosse inondata. Era difficile credere a uno scherzo macabro scappato di mano. Così dichiarò agli appuntati in questura, in un estenuante interrogatorio. L’altro era andato in campagna, nel luogo indicato e stava bruciando tutto.

Il fantasma orizzontale – Nazione Indiana

Le aveva detto del fantasma orizzontale. Una presenza discreta ma potente nell’albero genealogico. Una donna, di certo. Una parente abbandonata che reclamava il suo posto al banchetto di famiglia

La tanto sperata presenza su Nazione Indiana è frutto di lungo lavoro, disciplina, i consigli sul testo di Antonio Russo De Vivo e il rapido assenso di Francesca Fiorletta

https://www.nazioneindiana.com/2017/02/27/il-fantasma-orizzontale/

Oggetti fuori posto

Giorno. Letto. Tavolo. Telefono. Bocca. Sete. Erezione.

Lo sai? Non si può avere la musica. La luce fino a tardi. Non si può mangiare quando ho fame. Siamo lontani e tu mi odi? Ti amo e ancora, ancora. Amore come neve che scivola dentro la stanza. Ti amo invece che dormire.

Freddo. Caffè. Telefono muto. Senza batteria.

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Agalmatophilia

Stomaco chiuso. Occhiate. Diffidenza. Camera. Pillole

In realtà ogni forma è vuota. Mi dicevano . “Tu sei una forma vuota. Un cranio e il cervello non ci sta dentro”

Lavati dai

Metti le mani nell’acqua, l’acqua sulle mani, le mani con l’acqua sulla faccia

In questo ci sei tu. Il tuo odore di sudore e terra. Mi hai lasciato solo. Solo. Solo.

Pigiama. Libro. Matita senza punta. Ti amo, ti amo e mi manchi. Non posso scrivere, potrei ferirmi con una punta, dicono i dottori

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Filipe Branquinho, Untitled

Mi sveglio e non ci sono più i libri, lo stereo, la penna che avevo nascosto e dimenticato sulla scrivania. Non c’è nemmeno lo specchio. L’hanno tolto? Mi tocco la faccia, mi guardo le mani. C’è qualcosa di diverso. La pelle è così screpolata che si spacca. Ho una benda sulla testa. Mi hai raccontato che ti aveva seguita e bloccata in palestra. Non c’era nessuno, solo te e lui. Ti aveva parlato, chiesto di tua madre e di tuo fratello. Si era avvicinato e ti aveva sfiorato la ciocca di capelli viola. Aveva riso. Ti eri allontanata, mi hai detto. Così, ti è corso dietro, spinta e trascinata fino alle parallele. Ti aveva tenuto le mani in alto. Sentivi il suo fiato davanti alla bocca. Ti ha preso la mano destra e ha cominciato a leccare il palmo, a lingua molle, seguendo le linee. Una per una. Alla fine se n’è andato. Me l’hai detto dopo una settimana. Spostando un sasso con la punta dello stivale. Parlavi ma eri assente. La voce era piatta. Impersonale. Non me lo dicevi, me lo stavi comunicando.

Non ho le stringhe delle scarpe, dormo tanto, come faccio a scriverti? Mi rubano la corrispondenza, sono certo.

Lettera confiscata

Non lo so. Non so perché te lo scrivo, ti farà ancora più male. Mi devo liberare la coscienza. Sapevo come sarebbe andata a finire e non sono riuscita a fermarmi. Lui non è stato così… mi ha toccato e non mi ha fatto male. Non ha avuto fretta. Ha detto le cose che servivano a non sentirsi estranei. Ho pensato a lui nel frattempo, quando parlavamo e stavi zitto, ho pensato che te lo avrei scritto che non dovevo. Ho pensato che c’e in me qualcosa di sbagliato. Mi mette a disagio ma questa distanza con te è giusta. Non so. Mi sembra di guardarmi, di spiarmi allo specchio e non trovarmi. In quel momento in palestra era come avere un terzo occhio puntato addosso. Mi faceva schifo e mi piaceva. Non potevo accettare che mi piacesse. Gli ho parlato tutto il giorno, qualche volta mi sentivo strana. Ho avvertito questo calore strano. Ma non lo cercherò più, te lo giuro. Come lo spiego, che mi fruga e non c’è. Perché lo sento, lo sperimento dal suo tono anche se la sua voce non mi arriva. Però non lo vedo ovunque, non lo voglio come te. Lui non c’è. Non sei tu, non sarà mai te. Questa immagine non è giusta. Lui è seduto composto, come il dottore che ausculta. Il medico di famiglia che mi ha vista crescere. Mi ha guardata mettere su le tette. Sa di me cose… il corpo è talmente in alto che scompare, si gonfia, trema. Come cazzo c’è riuscito a farci questo?

Ti amo

A.

Periferia

Siamo in periferia, con le frasche fra i denti e le lingue impelagate in travasi di bile. Io, detta freak. Per le note di colore orientale che punteggiano il mio metro e mezzo di statura. E Betty. La vamp, la pitonessa. Testa rasata e il fondo schiena più appetitoso del pianeta

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Jeanne Ménétrier, Vanished woman N° 3, 2016

Noi, insomma. Inguainate nelle giacche della Montagnola – usato garantito -, che il vento penetra come un coltello arroventato il burro.
Troppo freddo. Ci assale alla gola. Le parole si cristallizzano in nuvole bianche e dense. Gli uomini!, dice lei.
Gli occhi sgranati da Kaa, serpente incantatore di Kipling. Il trucco da abbordo e le labbra piegate all’ingiù. Dopo un sospiro profondissimo.
Gioco con la mia fischermannmentaforte. La rotolo tra le dita, la poggio, tenendola tra indice e pollice, sulla lingua e la spingo piano contro il palato. Vorrei sguainare una frase snella. Di quelle che si scolpiscono nella memoria e, in fine, diventano leggenda metropolitana. Intere generazioni di freak chic che ne parlano per decenni, mi glorificano, alzandomi la statura di venti centimetri, e così via. Mi viene fuori un Mah!
Lapidario e polisemico. Nero denso. Strabuzza gli occhioni l’ofide, e sillaba un enigmatico Boh!, per tutta risposta

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Ulla Jokisalo, Just like Eva, cut-out pigment print and pins 58,5 x 42,5 cm with frame unique, 2015

Camminiamo fino al bar più vicino. Coperte, si fa per dire, da quelle stramaledette giacche di cartone, che difendono a malapena dall’umidità padana. Scappo a casa, dico. Ho voglia di ricantucciarmi in tana. A guardare il tetto con un libro. Dormo da sola.
Ciao

Perfect day

Ma l’impresa è che l’ora diventi il sempre

(Il ladro di Bagdad, Paul Leandro, 1960 Mexico City)

« Quando sei stato felice? »

« Cioè? »

« Raccontami un giorno, un momento, in cui sei stato davvero felice… »

« Uhm… »

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Martin Kersels, Tossing a Friend (Melinda 2), C-Print — 67 × 100 cm — Edition of 6 Courtesy of the artist & Galerie G-P & N Vallois, Paris 1996

A cavalcioni, sulle spalle di mio padre mentre andavamo a vedere un pony. Mi sentivo protetto e non avevo bisogno d’altro al mondo, dice Tony, fumando una marlboro dopo l’altra

« Dimmi tu se sono felice…», ma l’altro non poteva accontentarlo. Il Bello, per anni dietro una fede, per scansare ogni equivoco relazionale, aveva trascorso il tempo del suo matrimonio a nascondersi con garbo all’ombra delle cortine abbassate, nella casa di Anguillara. Si portava le troie con le tette rifatte e la bocca a canotto. Spesso gli amici, per una gang bang da filmare e tenere in archivio. Qualche labbro si spaccava come un frutto maturo, davanti alla doppia telecamera dei cellulari di ultima generazione, per uno schiaffo voluto e assestato male. A lui interessava l’intelligenza del consumo e mai il sentimento. L’autismo programmato e divulgabile via whatsapp. L’emozione, il palpito, non erano che discount, come certe rubriche alla Natalia Aspesi. Roba che pretendeva di risolvere i nodi di un’intera vita in forma di lettera e risposta. Non c’era giorno però che non ricordasse la spiaggia di Punta Braccetto; quel mare furioso, quei due pesci in trasparenza nell’onda. Quella solitudine biposto che ancora stancava e portava il pensiero in pianura, a respirare forte

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Jake e Dinos Chapman, Piggyback, 1997

Era stato felice e non lo sapeva; non lo voleva. Sarebbe toccato al futuro svelarglielo con un “colpo di teatro”. Lei l’aveva chiamato a dicembre dell’anno prima. Per quale motivo? Eugenio aveva lasciato che il cellulare vibrasse a lungo. Aveva osservato il display illuminarsi con un nodo in gola, che andava a stringersi e somigliava a un attacco di panico. Quel nome. Quel mare. Quel sole. Si era limitato a non rispondere. A non sapere. L’unica felicità era meglio non toccarla né sporcarla.

Non ancora e non più