Periferia

Siamo in periferia, con le frasche fra i denti e le lingue impelagate in travasi di bile. Io, detta freak. Per le note di colore orientale che punteggiano il mio metro e mezzo di statura. E Betty. La vamp, la pitonessa. Testa rasata e il fondo schiena più appetitoso del pianeta

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Jeanne Ménétrier, Vanished woman N° 3, 2016

Noi, insomma. Inguainate nelle giacche della Montagnola – usato garantito -, che il vento penetra come un coltello arroventato il burro.
Troppo freddo. Ci assale alla gola. Le parole si cristallizzano in nuvole bianche e dense. Gli uomini!, dice lei.
Gli occhi sgranati da Kaa, serpente incantatore di Kipling. Il trucco da abbordo e le labbra piegate all’ingiù. Dopo un sospiro profondissimo.
Gioco con la mia fischermannmentaforte. La rotolo tra le dita, la poggio, tenendola tra indice e pollice, sulla lingua e la spingo piano contro il palato. Vorrei sguainare una frase snella. Di quelle che si scolpiscono nella memoria e, in fine, diventano leggenda metropolitana. Intere generazioni di freak chic che ne parlano per decenni, mi glorificano, alzandomi la statura di venti centimetri, e così via. Mi viene fuori un Mah!
Lapidario e polisemico. Nero denso. Strabuzza gli occhioni l’ofide, e sillaba un enigmatico Boh!, per tutta risposta

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Ulla Jokisalo, Just like Eva, cut-out pigment print and pins 58,5 x 42,5 cm with frame unique, 2015

Camminiamo fino al bar più vicino. Coperte, si fa per dire, da quelle stramaledette giacche di cartone, che difendono a malapena dall’umidità padana. Scappo a casa, dico. Ho voglia di ricantucciarmi in tana. A guardare il tetto con un libro. Dormo da sola.
Ciao

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Gli anni bellissimi

— Ora che ho dimenticato tutto

— Ora che hai dimenticato tutto?

— Sì

— Bé?

— Che faccio?

— Ricomincia no!?

Cambiare casa è un impresa, figurati ventitré. Nella smorfia il numero in questione significa “culo” ma io di culo in quel senso non ne ho avuto. Livia lo sa, lei è intelligente e lo sa, che io e la fortuna siamo continenti in due galassie separate. Respira. Livia mi dice che trattengo il respiro. Grazie che poi mi viene l’ansia. Avrei detto che uno come me poteva essere il figlio scemo di un medico greco e di una massaggiatrice francese. Uno che le ambizioni le ha mancate per il gusto aristocratico di fallire meglio e fallire di più.

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Bologna, Rave party, 1997

— Tu non mi credi mai. Prima di tutto questo ero intelligente

— Ma amore mio io credo sempre a tutto quello che mi dici. Sei intelligente. A modo tuo, ma sei intelligente.

— Ok. Fammi un esempio

— Esempio?

— Sì, esatto. Un esempio

— Andare da un falso psicologo, dargli 50 euro per farti dire che devi prendere la patente, oppure dare fuoco a una pianta in piazza Strozzi, col rischio che ti arrestano per terrorismo salvo poi portarti in una clinica psichiatrica, magari convincendoti che è una spa dove si fa pure meditazione. Sei intelligente amore mio. P.S.: Io amo solo te…

— Ah! Buono a sapersi

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Liu Xiaodong, Chinatown, olio su tela, 200 x 180 cm, 2015

Questi sono i miei anni bellissimi, il dolore cronico dell’ernia è scomparso. Per quanto buche e motorino minacciano ancora la salute della mia schiena. Anche se la convalescenza ha una sua poesia. Pure nella sfiga, stare sul letto a mangiare cous cous, ascoltando le tue repliche infinite di Sarah Kane, che di gioioso non ha molto. Lo sai. Mi tiene stretto. Arreso alla ventitreesima casa con un buco nel bidet. Legato a un quartiere dove i Bangladesh vendono le mandorle tostate all’una di notte. Avvinto a te che sei la bellezza che mi aleggia addosso, con il profumo francese che non vuoi metterti se non facciamo l’amore. Qui sul tappeto come due cani in primavera. Io ti prendo da dietro, così posso accarezzarti il seno e morderti la nuca. Tu ti agiti. All’inizio fingi che non ti piaccia. Che non hai voglia. Che non mi vuoi dentro. E io ti prometto cinquanta euro. Tu rispondi che sono poche. Nemmeno una puttana di quelle senza documenti. Dici. Io raddoppio la posta

— Ti compro una barbie

— Un peluche?

— Uno yo-yo?

— Ti odio, sei un bastardo…

Intanto lo spingo un poco più in fondo. Mi sputo sulle mani e lo lubrifico per farlo entrare meglio. Sudo mentre inizi a mugolare. Ti sussurro che ti pagherò cento euro se lo prendi tutto. Fino in fondo. Ti assesto una sculacciata. Ti infilo lentamente il medio nel culo, accarezzando tutto intorno con cura. Lo so che ti piace. Ti sei bagnata bambina. E abbiamo scopato a lungo e bene. È il mio peggior male: non vedo mai la seconda via.

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Francesca Woodman, Untitled, New York, 1979–80 © George and Betty Woodman

Tutto questo non c’è più. Il passato è una forma di creazione. Come i resti di certe foto attaccate dai pesciolini d’argento. Immagini che diventano magnifiche nella lontananza. Così, amare ritorna semplice, perché è un’azione finita

CAMERA A SUD

Si torna a Roma. Una voragine e il timore di non essere cresciuti bene, di non avere affondato le radici nel terreno migliore. Si torna senza essere mai andati via dal Reno negato. Dai letti sfatti. E si lavora per fare precipitare i quaderni dei desideri nel cratere della montagna. Restando liberi e nuovi, in custodia del lavoro che santifica… Arsi nei roghi di fine anno, che trasformano le pagine incollate dall’umidità in propellente, per salire al cielo. 

Questa è la zona poetica di controllo. Al contrario, dove vivo il coro accorda le lagnanze. La calunnia soverchia le cose dello Stato. L’invettiva la miseria democratica. E il progetto di eguaglianza, acquattato dentro l’abolizione dei congiuntivi, dice pure troppo sulla inconcludenza del merito. Dove vivo è l’animosità del povero che non nutre speranza sul presente e il futuro. In quanto povero, infatti, non si può permettere né l’amore né la solitudine o, meno che mai, l’atteggiamento lirico. Egli soffre del taglio delle utenze: luce, acqua, gas, wireless. C’è, ancora, una scissione tra il povero di mezzi e quello di immagini; sappiate: il povero a una dimensione (d’immagini) non si accorgerà nemmeno della fragola, che potrebbe consolarlo prima della caduta nel burrone.

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Una piccola vita ordinata la mia, con i precetti e le norme dei travet. Sveglia alle 7.15, caffè, lettura, caffè, doccia, vestizione, passeggiata verso la redazione. La batteria si scarica… A un certo punto.

Ho sognato il mare, che da Bologna è escluso persino dalle rotte dei venti. I cavalloni avevano un colore inusuale: verde ossidiana. Scuro, brillante, denso come vetro liquefatto.

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Green erosion

Un uomo biondo, con occhi grandi e lontani, come quelli di Fabio il lupo, era (non chiedetemi perché ma ne sono certa) la guida del corso del tempo. L’angelo mi proteggeva; intanto osservavo, dalla soglia di una stanza che rischiava di essere inondata. La luce abbagliante circondava ogni cosa. Prima che le onde prendessero ogni cosa. Sentivo però che l’acqua non mi avrebbe travolta. Mai.

Dice Vince

Si torna senza essere mai andati via. A volte non c’è spazio neanche per il pensare e la scrittura è davvero un vortice, un cratere disegnato senza alcuna profondità, nient’altro che implosione. Siamo liberi, nuovi e spesso soli. Alla ricerca di occhi e di mani, di occhi recisi e di mani agitate.
Non è una bella serata ma le tue parole sono arrivate. E hanno reso il cratere profondo. Ti regalo un sorriso, ma non so se serve

1.-Il-Mago
Andrea Romito, Il mago, 2014