Dieci cose che se uno scrittore le fa, vanno bene; se le fa una scrittrice, no

Dieci cose che se uno scrittore le fa, vanno bene; se le fa una scrittrice, no

Bottega di narrazione - Corsi e laboratori di scrittura creativa

1. Nella Repubblica delle Lettere vige il maschilismo. Ci saranno tutte le eccezioni che volete, ma il dato di fatto è questo. Pertanto le scrittrici ricordino che, se mai avranno successo, la loro vita sessuale sarà indagata senza alcun rispetto. La bellezza, la qualità letteraria, la buona fattura delle loro opere non saranno tenute in nessun conto. Nessuno – stavo per scrivere: nessun maschio; ma questa forma mentis, in realtà, appartiene anche a molte donne – crederà mai che certi risultati siano stati ottenuti senza offerta di prestazioni sessuali o almeno almeno in virtù dell’avvenenza. Non ho mai sentito nessuno sostenere che Paul Auster abbia raggiunto il successo perché era, in gioventù, decisamente belloccio; né ho mai sentito parlare di lui come del marito di Siri Hustvedt – mentre chiunque mi abbia parlato di Siri Hustvedt ha sempre sentito il bisogno di precisare che è la moglie di Paul…

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La scarica

VERDE RIVISTA

FelliniMonicatrequarti, Fellini

Quando un mesetto fa Quaranta ha domandato se non avessimo intenzione di andare in vacanza dopo il 30 giugno, lo abbiamo cacciato dalla redazione per la terza volta. È scientificamente dimostrato che nessuno legge dopo il solstizio d’estate, ma ciò ci tocca poco, tenuto conto che tra 4 e 0 lettori non c’è poi tutta questa differenza.  Dunque, Verde vi seguirà per tutto luglio sotto l’ombrellone (sebbene è giusto ricordare che i veri lettori forti non vanno in vacanza al mare ma si ritirano sulle montagne per affinare le proprie doti di schedatori di libri tra le conifere e l’odore del caffè appena munto).
Apriamo il mese con Monicatrequarti, che casca a pennello per chiudere la stagione riportando sulle nostre pagine virtuali un look più in linea con la tradizione verdiana. Speriamo vi piaccia.
Oggi esordisce Valerio Camilli (che abbiamo conosciuto qui e con il quale…

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Il viaggio di Penelope e Calipso

“Prendi il pane”

“Sì”

“Non quello, prendi il più vecchio. Il pane non si butta”

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Siamo nate in una terra difficile. I rapporti fra le persone possono salvarti. O distruggerti. Un giorno abbiamo guardato l’alba dal balcone, carezzato i gatti, scelto un paio di libri importanti e siamo andate via. Delle lacrime ci vergognavamo. Nostra madre entrava e usciva dagli esaurimenti nervosi e dalle cliniche. Una serie di dottori andavano e venivano da casa nostra. Avremmo desiderato un padre cui appoggiarci. Ma un padre non c’era. Tanino sa tutto aveva deciso di imbarcarsi per un viaggio più felice del nostro, dal quale non sarebbe mai tornato indietro. Cos’è una madre? Ce lo siamo chiesti così tante volte che se la domanda fosse stata una pietra, si sarebbe sgretolata al fuoco della collera. Le pietre poi le ingoiamo e certe volte il fastidio ci tormenta, come quelle piccole spine di acciuga che ti si piantano in gola. Anche le pietre possono frantumarsi. Basta avere pazienza e aspettare. Amavamo ed eravamo riamate, almeno così ci sembrava. Eravamo in ogni caso troppo giovani per capire la differenza. Ammesso che ci sia una qualche differenza fra i fuochi del corpo e il tepore della protezione. Avevamo un anello e ne avevamo regalato uno uguale, nascosto dentro una torta. Tutto il resto tendeva all’eclissi.

 

Stanza I.

Le donne sono pericolose. Anche quelle anziane, pensavamo. Nella fattispecie, la vecchia aveva ottantacinque anni ed era una stronza. Ci Vietava di stare al telefono a lungo, di usare la lavatrice, di cucinare se non era presente. Lavatrice, telefono, cucina, interdit. Perché eravamo del Sud e la vecchia non si fidava di quelle del Sud. Parlavamo una lingua nazionale ma quello che stava dietro le parole non si somigliava. Ci impiegammo tre settimane a trovare il bar dello studente. Costo di un panino cinquecento lire, un affare. Zero gradi temperatura esterna, trentotto dentro la casa della vecchia malvagia. Dopo meno di un mese avevamo già collezionato: due bronchiti, sei multe sul bus, e due choc da nero libanese fumato in sala studi occupata. Avevamo anche conosciuto Yuri, che aveva composto la poesia dei consumatori dell’Lsd: “Siamo qui- siamo lì – siamo lì-qui-di”.

 

Surreal

«Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai»

Dario Bellezza
(5 set. 1944 – 31 mar. 1996)

La casa di piazza Strozzi era sciupata. Stava conficcata in una Prati secondaria e buia. Tre camere, un bagno, una sala da pranzo adibita a stenditoio e tre femmine pazze e tristi. Il problema dei turni, lungo i mesi di rodaggio, si era ingigantito fino a diventare una guerriglia

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Giuditta Godano, Senza titolo, foto digitale, 2018
« Non ti ho visto fare mai le pulizie »
« Perché le faccio quando non mi vedi »
« Sarà… »
« Nemmeno io vedo niente quando pulisci tu »
Non paga di ciò, la più nevrotica del gruppo – alta, con le spalle strette intorno al collo, gli occhiali da secchiona e un appetito da legionario – si rifiutava di asciugare i lunghi capelli riccioluti nella sua stanza, lasciando l’unico bagno in condizioni simili a quelle di una latrina
« Mi spieghi perché non pulisci il bagno? »
« Perché non ci vado »
« In che senso non ci vai?! »
« Ho il secchio »

Avalon

Merdina secca si considerava un disobbediente. «Cazzo fai», mi diceva ogni volta che agguantavo un prodotto della multinazionale che aveva decimato i bambini africani con il latte in polvere

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Julien Meert, Untitled, 2014. Courtesy the artist

Vegano, eroinomane ma senza buco. «La roba viene dai papaveri, sai pensare a una cosa più fica?» non l’avevo mai visto fare la caccia al dragone sulla stagnola, né mai mi avrebbe consentito di vederlo fuori. L’avevo beccato al supermercato, con una stilografica nascosta dentro la manica del giaccone, a danneggiare gli involucri di carne. Spargeva tracce d’inchiostro sulla pelle di pollo e sulle nervature dei filetti di manzo. Spiccavano due tatuaggi gemelli con i simboli dell’anarchia su entrambi i dorsi delle mani. Eravamo diventati amici. Mi piaceva sentire il calore della mano invisibile e retrattile che mi accarezzava la guancia quando ero triste. Merdina aveva una madre e anche un padre biologico, non nel senso della provenienza garantita a filiera zero. Il padre era un singer, un musicista stile menestrello contemporaneo, laureato a Yale e giramondo. Un inglese allampanato, con l’occhio ceruleo e un repertorio alla James Blunt dei poveri. Aveva saputo di questa paternità quando la madre gli aveva confessato il perché l’avesse chiamato Avalon, come una delle canzoni più note fra i youtube follower del canale dedicato al giramondo menestrello. Così Avalonmerdinasecca era diventato non solo un amico ma il mio migliore amico. Mi occupavo che le sue dosi di papavero non superassero la singolarità settimanale. Come? Con la scusa di una consultazione meticolosa di testi sull’etica verde dei tossici. Nell’ottica della riduzione del danno e dell’interdipendenza controllata. Una cosa è restarci sotto, altro è scegliere di non seguire la mandria. Vi faccio un esempio diverso. Avete presente lo scopamico, ormai caduto in disgrazia giacché sostituito dal più gagliardo rapporto poli amoroso? Sì? Bene. Andiamo avanti. Ecco ci sono differenze che riguardano maschi e femmine, non così rigide come la pubblicità della Barilla vorrebbe ma, senza alcuna ombra di conservatorismo da parte mia, ci sono eccome. Un maschio si spinge a toccare con l’automobile il bordo della curva per il gusto del rischio e del limite da oltrepassare, una femmina accetterà l’intimità promiscua purtuttavia convinta che un giorno scoverà il campione della specie, il maschio alfa, e se lo terrà ben stretto. Una cosa è trasgredire, altro è disobbedire. Per farlo ci vogliono indicazioni chiare su ciò che serve per appartenere a qualcosa o a qualcuno. Mi aveva chiesto di dormire da lui. Aveva una crisi nella sua organizzazione borderline ad alto funzionamento. Era diventato ipo maniacale, diceva che un fantasma, di notte, cambiava di posto ai libri nella sua stanza

Aveva urlato contro sua madre, la quale serafica, si era accesa una canna e gli aveva chiesto se voleva farsi un tiro. La ragazza lo aveva bloccato su whatsapp, messenger, snapchat e l’aveva inserito nella lista nera delle chiamate. Tutto perché lei aveva comprato un paio di scarpe di pelle e lui non aveva retto alla pressione e le aveva detto che avrebbe potuto usare la sua faccia di cazzo per farcisi le scarpe. Avalon era così: il più grande vaso di terracotta travestito da coltello a serramanico. Un falso duro, dipendente dalla sua donna come un depresso dal Prozac. Lei non sapeva però del suo amore per i papaveri, delle stilografiche assassine di polli e tante altre cose che lo riguardavano. Lei che aveva comprato gli stivali di pelle più brutti del creato, non aveva negli occhi quella lente d’ingrandimento capace di trasformare Merdina Avalon in un insetto al microscopio: bello fino alle antenne. Il bene è questa luce sparata sui dettagli. La carezza che consuma la mano. Peccato che fra me e Avalon, ci siano vent’anni di differenza.

Ombra nell’Acqua

Stava, circonfusa dal colore del sole nelle giornate di maggio. Un sole tanto caldo e confortevole allo sguardo da sembrare finto. Le esperienze di confine, sopratutto nella percezione, saltano dal vero alla finzione. Probabilmente per la loro polarità eccessiva. Una cosa non vera che lo sembra o non del tutto falsa per allontanarsi quanto basta dal vero. Lei era in attesa di un ritorno e aveva smesso, per questa ragione, di muoversi, mangiare e respirava a piccoli sorsi. Convinta che anche quel movimento involontario potesse disturbare l’estetica rappresentata dall’immobilità

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Freek Wambacq, Rain – Meinl Nino 596 Botany Shaker Apple, 2013″ Archival pigment print on cotton rag paper Format 43 x 55 cm Encadré/Framed: 82,4 x 94 cm

Spiegarvi di lei sarebbe come fotografare un odore. Non parlava ed era entrata nel paesaggio al pari di una statua ricoperta dal muschio. Ti piacerebbe vivere la vita che non hai vissuto? Hai presente quando ripensi ai momenti di scelta della Facoltà Universitaria o, ancora prima, addirittura della scuola. Oppure ti capita di essere sommersa dalla grande solitudine di quando i compagni di classe ti vessavano. Dal peso di un’ingiustizia misurata da unità di silenzi, insieme all’oscuro sospetto che una colpa potesse farti meritare l’accanimento di un branco di feroci adolescenti. Ripensi alla strada che non hai percorso, al ragazzo che ti amava ma non era all’altezza delle aspettative della tua famiglia. Al momento in cui hai inscatolato la tua roba e hai lasciato la città che amavi per raggiungere una persona con la quale iniziare una vita nuova e ricostruire una parte di te perduta. Non sto parlando di questo, volevo mettere nel pacco dei ricordi un odore e partire da lì. Un breve viaggio. La direzione è a riva, laggiù vi aspetta l’ombra della donna riflessa sull’acqua

Room mate

Anni fa sue compagne d’appartamento sceglievano le successore con fermezza arida e malefica. Una ciociara di nessun talento con una pincher nevrotica di nome Clorofilla – che si accoppiava nell’armadio con un peluche -, causa urgente bisogno di incassare la caparra, impose tale Rosa: lesbica, fuggitiva e priva di biancherie e accessori, fuorché gli stessi vestiti che indossava

Mark Ryden
Mark Ryden

La derelitta era la fotocopia sputata di Mariangela, famigerata figlia di Fantozzi. A quell’epoca studiava di notte, per cui la donzella, bresciana d’adozione e per ciò stesso taciturna, si beava di fissarla per un tempo incalcolabile e irritante. Condivisero la stanza, finché non rischiò di soffocare i quattro abitanti della casa con il fumo della carbonizzazione di una bistecca; incapace com’era nelle sapienze domestiche. Una mattina raccolse i suoi sparuti effetti personali e se ne andò.

https://totalblack.bandcamp.com/album/orchis